Diciamo “cheese”

FORM 4C’e ancora il profumo nell’aria. Si è conclusa da poco una scintillante e partecipata edizione, la decima, di cheese a bra. Le strade, le piazze e i cortili della bella cittadina piemontese,quartiere generale di slow food, si sono riempite all’inverosimile. Oltre 270 mila i visitatori che hanno assaggiato e comprato i migliori prodotti caseari italiani e stranieri, e imparato a conoscerli di più parlando direttamente con i produttori.

Oltre 300 gli espositori da 23 paesi che hanno portato il meglio che sia possibile trovare, per la gioia del palato e il piacere della conoscenza.
Come ad ogni edizione, cheese è stata l’occasione di incontro e confronto tra esperti, casari, affinatori sulle tematiche più calde del settore lattiero-caseario.

Tra quelli più dibattuti la fertilità dei suoli, la difesa dei pascoli di montagna, l’allarme per il diffondersi degli allevamenti intensivi che non considerano il benessere animale in nome del solo profitto.
Ed anche le quote latte, che, sostiene slow food, pensate inizialmente per tutelare i piccoli produttori, disincentivando la produzione oltre un limite fissato per legge, si sono rivelate poi uno strumento distorsivo del mercato, la cui abolizione ora rischia di mettere in ginocchio i produttori di piccola scala.

Una nota di speranza è stato l’interesse dei giovani per un settore che richiede tanti sacrifici ma che dà anche grandi soddisfazioni se si lavora bene. In particolare nella piccola dimensione artigianale che punta sulla qualità. Anche perché la consapevolezza dei consumatori è molto cresciuta negli ultimi anni e orienta il mercato e le scelte di chi produce.

Sempre forte l’impegno di slow food in difesa della biodiversità: accanto ai 57 presidi italiani e stranieri si sono aggiunti altri formaggi che i casari hanno consegnato alle cure della fondazione slow food, candidati a salire sull’arca del gusto come prodotti meritevoli di essere salvati.

Molto chiaro il no del settore lattiero caseario di qualità al latte in polvere per produrre formaggi. Slow food ha lanciato una petizione on line a sostegno della legge italiana del 1974 che l’unione europea chiede di abrogare entro il 29 settembre, che ha raccolto l’adesione di 150 mila persone.

Intanto proprio oggi è arrivato il disco verde della commissione europea al riconoscimento di una nuova specialità del made in italy alimentare, che rafforza la leadership italiano già molto solida.
Bruxelles ha dato il via libera all’iscrizione nel registro europeo delle eccellenze del ‘silter’, un formaggio a pasta dura e dalla crosta liscia, come nuova denominazione d’origine protetta contro imitazioni e falsi. La sua produzione interessa 47 comuni della val camonica e in parte anche del sebino bresciano, in provincia di brescia.

Il formaggio silter viene prodotto durante tutto l’anno ed esclusivamente con latte crudo parzialmente scremato solo per affioramento della panna. Le vacche in lattazione, nelle singole aziende, devono appartenere alle razze tipiche di montagna (bruna, grigio alpina e pezzata rossa) almeno per l’80%. Le vacche di razza bruna in particolare devono essere almeno il 60% di tutte le vacche in lattazione nelle singole aziende, alimentate con erba e/o fieno. Sono oltre 1.290 le denominazione di origine protette (dop, igp e stg) a livello UE, con l’Italia al top. Insomma battiamo di gran lunga i cugini d’oltralpe, che in fatto di formaggi la sanno assai lunga.

La qualità del formaggio – insiste l’Anfosc, Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo, dipende soprattutto dall’alimentazione animale , che contribuisce per il 70%, poi dalla tecnica di produzione, per il 20-30 per cento e infine dalla stagionatura, che non supera il 10%.

Un interessante progetto dell’Anfosc è il latte nobile, non un marchio commerciale ma una modello di sviluppo del settore lattiero caseario.
L’Anfosc difende i formaggi prodotti esclusivamente con il latte di animali allevati al pascolo.

Ed è di poco fa la notizia che il governo italiano conferma il no alla produzione di formaggi senza latte fresco. L’italia ha risposto alla commissione europea confermando la volontà di mantenere l’attuale normativa nazionale, che vieta l’utilizzo di latte in polvere negli stabilimenti di produzione lattiero casearia.

Vendemmia 2015 tra caldo e acquazzoni

Che vendemmia sarà quella di quest’anno? Mentre le prime uve precoci sono già nelle cantine italiane , già ci si interroga sull’annata e si incrociano le dita sperando che le prossime settimane, quelle cruciali, siano con temperature e fenomeni atmosferici nella norma.
Finora l’effetto del caldo africano che ha avvolto senza tregua il nostro paese dai primi di luglio e’ stato quello di anticipare la data di inizio della vendemmia, la seconda più precoce dal dopoguerra, dopo quella del 2003.
C’è già chi si sbilancia in previsioni. La quantità di uva raccolta dovrebbe essere del 5-6% in più rispetto allo scorso anno e la qualità non dovrebbe riservare brutte sorprese.
44 i milioni di ettolitri previsti.
Tra le prime regioni a tagliare i grappoli, come sempre, lombardia con il franciacorta, la Sicilia e la Puglia.
Pinot e Chardonnay le prime varietà raccolte. Si continuerà ad ottobre con le uve rosse – Sangiovese, Montepulciano, Nebbiolo, fino a spingersi a novembre con Aglianico, Nebbiolo e Nerello.
Con la vendemmia si attiva un settore economico molto importante per il nostro paese, che interesserà 650 mila ettari di vigneti e oltre 200 mila aziende agricole, per un fatturato di nove miliardi e mezzo di euro, con oltre un milione di persone impiegate.
Il mondo degli enoappassionati attende curioso di giudicare questa nuova annata produttiva, ma nel frattempo novità importanti arrivano dalla ricerca scientifica.
Si tratta di una conferma. Non è solo una questione di palato. Le differenze tra i vini italia e quelli americani ci sono eccome. Nelle uve coltivate in America ci sono meno tannini e meno composti aromatici.
La dimostrazione scientifica arriva da uno degli istituti più importanti al mondo nel campo della ricerca agraria ed enologica, la fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, vicino a Trento, in Trentino Alto Adige.
I ricercatori della fondazione, in uno studio appena pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, edito dall’American Chemical Society, spiegano il risultato della comparazione tra alcune specie di vite americana e quelle europee, attraverso l’analisi di un migliaio di composti.
Sono riusciti in questo modo a evidenziare le differenze tra vitigni, mettendo a disposizione informazioni preziose per ottenere incroci di successo. Grazie alle analisi effettuate sulla buccia, sui semi e sulla polpa delle bacche mature, gli studiosi sono riusciti a confrontare in profondità le caratteristiche compositive delle diverse specie.
I vitigni nativi del nord america, in particolare, sono risultati essere privi di terpeni, una importante classe di aromi.
E’ una conferma importante della ricchezza, varietà e qualità dei nostri vitigni, un patrimonio ancora in larga parte da scoprire e valorizzare.
Una sfida appassionante per gli enologi di oggi e di domani.

 

Formaggi in polvere

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Formaggi fatti con il latte in polvere, invece di utilizzare una materia prima di ottima qualità. Il via libera arriva per il nostro paese dall’Unione Europea. E la polemica divampa. Allevatori, casari, affinatori sono sul piede di guerra, gridano allo scandalo e scendono in piazza contro il tentativo – dicono – di ingannare i consumatori più distratti e mettere a rischio il secolare patrimonio gastronomico italiano, che ci vede primi in europa per diversità e numero di formaggi tradizionali di qualità.

Si temono anche effetti negativi sul piano ambientale, occupazionale ed economico.

Avanzano ancora una volta nell’Unione Europea – secondo l’opinione di molti – i livellatori verso il basso della qualità dei prodotti agroalimentari. Una legge, la n. 138 dell’11 aprile del 1974 dà all’Italia il primato nella produzione di formaggi di qualità, con il rigoroso divieto di utilizzare latte in polvere.

I profumi, i sapori del latte di animali allevati al pascolo si trasferiscono al formaggio e nessun latte in polvere può riprodurli.

Il pericolo omologazione, il rischio di frodi e la perdita di identità – e quindi di valore economico – sono dietro l’angolo.

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Perfino il Financial Times si occupa dell’argomento, raccontando l’irritazione degli italiani per una norma europea sentita come fortemente penalizzante.

Un diktat che non aiuta la trasparenza, e che renderebbe sempre più necessaria una migliore etichettatura a difesa della qualità dei formaggi italiani e per una maggiore chiarezza verso i consumatori. Entro la fine di luglio l’Italia dovrà dare una risposta all’Europa. Anche se la disposizione europea non riguarda i formaggi dop e le produzioni di qualitàcertificata, l’allarme resta alto. Paradossale che la decisione dell’UE arrivo proprio nel mezzo di Expo. Sul piede di guerra anche le associazioni dei consumatori.

Perché – chiedono – dovremmo uniformarci a regole che guardano solo al profitto e non alla salute e alla storicità dei prodotti?

Tutti d’accordo, quindi? Non proprio.

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Ecco l’opinione controcorrente di Roberto Rubino, presidente di ANFOSC, l’associazione formaggi sotto il cielo, uno dei maggiori esperti italiani.

La questione “latte in polvere“ si sta rivelando più positiva del previsto. Se il vocio che si sta sviluppando dovesse trasformarsi in rombo, i tuoni dovremmo incominciare a sentirli presto. Vuoi vedere che la polvere del latte potrebbe diventare per il settore caseario quello che il metanolo ha rappresentato a metà degli anni ottanta per il vino? La rinascita?

Gran parte degli addetti al settore sta inveendo contro l’UE, che vuole semplicemente che le regole, tutte, della comunità debbano essere adottate dai paesi membri. Se negli altri paesi l’uso del latte in polvere è consentito, l’Italia deve adeguare le sue leggi. Da sempre le leggi o si cambiamo o si applicano. Certo in Italia si dice che le leggi si applicano per i nemici e s’interpretano per gli amici, ma proviamo a vedere i punti salienti di questa mini-rivoluzione.

Ci voleva il latte in polvere, tanto bistrattato, per rimettere al centro della questione il latte, quella materia prima che beviamo direttamente o che viene trasformata in formaggi e che nell’intero settore non viene mai citata o considerata. Il latte alimentare viene reso diverso dall’industria, aggiungendo o sottraendo qualcosa (vitamine, grasso, calcio, omega-3). Il consumatore non ne sa riconoscere la diversità, i prezzi sono diversi e le etichette praticamente simili. Nel mondo caseario il latte non conta, è tutta tecnica, il formaggio semplicemente si fa, con fermenti anche nei formaggi a latte crudo, molto decantati come se fosse un valore aggiunto, la quasi totalità delle paste filate viene acidificata con acido citrico.

Molti disciplinari delle tanto decantate DOP trascurano completamente la tecnica di produzione del latte, limitandosi a parlare di tecnica di trasformazione. Nel mondo del vino nessuno si sognerebbe di negare che il vino si fa nella vigna; il formaggio invece si fa in caseificio.

Se a tutto questo aggiungiamo che in Italia e solo in Italia i produttori del modello il più intensivo si sono fatti approvare la legge sull’alta qualità del latte, quella legge che stabilisce che il latte più industriale, quello prodotto da vacche campionesse con oltre 40 kg di latte al giorno, stressate e mandate al macello dopo il secondo parto e alimentate tutta la vita (piuttosto corta) con una razione a base di una sola erba e una montagna di concentrati, ebbene quel latte diventa e si chiama per legge “alta qualità” perché rientra nei parametri igienici.

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Per completare l’opera, questo mondo impone il prezzo unico del latte al produttore, come se questo fosse tutto uguale. Certo, forse in pianura padana lo è, forse, ma l’Italia ha un territorio fortemente variegato, con colline e montagne dove la zootecnia è parte importante dell’economia e del paesaggio. Il latte non è tutto uguale, ma se pretendi di imporre un prezzo unico, è chiaro che verrà pagato e ricompensato molto chi fa il latte peggiore, e sarà destinato a chiudere chi fa le cose per bene. È quello che è successo negli ultimi venti anni, nel corso dei quali sono spariti oltre 300.000 allevatori. La montagna si è spopolata non per colpa del latte in polvere, che non c’era, ma per colpa di questi soggetti che ora blaterano contro il latte in polvere perché “il nemico è sempre alle porte” quando si vuole spostare l’attenzione dei sudditi.

Se questi signori vogliono tutelare e frenare la deriva della zootecnia devono chiedere a gran voce e subito non il divieto dell’uso del latte in polvere, ma l’abolizione tout court della legge sull’alta qualità e la fine del prezzo unico del latte. A ciascuno il suo, il prezzo dovrebbe essere il giusto per tutti e mai uguale. Solo così resisterà sul mercato chi è più bravo, più professionale, chi si confronta con il mercato e condivide con i consumatori un percorso di qualità.

Ma torniamo un attimo sul latte in polvere. Perché dovrebbe essere vietato? E’ di pessima qualità? Premesso che il latte non è mai uguale, c’è veramente qualcuno che pensa che il latte in polvere sia più scadente del latte di alta qualità? Il latte in polvere è prodotto per la stragrande maggioranza in nuova zelanda e argentina dove gli animali sono al pascolo tutto l’anno, senza concentrati, la produzione media non supera 6000 litri l’anno, i prati non vengono concimati, in luoghi dove quando passa una macchina è un avvenimento. (personalmente ho studiato e pubblicato i risultati di una ricerca sui contaminanti ritrovati nel latte di capra di un’azienda ubicata vicino all’autostrada. Il valore dei benzeni era di cinquanta volte superiore a quelli rilevati in capre che pascolavano nella montagna potentina). Certo, per trasformarlo in polvere quel latte subisce un trattamento molto stressante, ma la differenza di qualità fra i due latti è tale che quel trattamento riduce ma non annulla la forbice.

Senza dimenticare poi che i neonati di tutto il mondo consumano e crescono con il latte in polvere. Non mi vorranno mica dire che noi scientificamente ci siamo attrezzati per alimentare male intere generazioni di bambini?

Nel nostro piccolo qualcosa di concreto la stiamo facendo. Proprio perché il latte non è tutto uguale, abbiamo concepito il modello latte nobile (www.lattenobile.It), un sistema di allevamento che permette di offrire ai consumatori un latte di qualità superiore e ai produttori un prezzo adeguato e giusto.

Chi vuole usi pure il latte in polvere, anzi, tanto meglio, così la differenza di qualità sarà più evidente e le scelte dei consumatori più mirate. L’importante è che l’etichetta sia chiara e comprensibile.

REFETTORIO AMBROSIANO: BELLO, BUONO, GIUSTO

E’ NELLA MENTE DI MASSIMO BOTTURA, LO CHEF MODENESE TRISTELLATO, VOLTO DELLA CUCINA ITALIANA A EXPO 2015, ED ORA ANCHE CHEF NUMERO 2 AL MONDO SECONDO 50 BEST RESTAURANTS SANPELLEGRINO, CHE E’ NATA L’IDEA DEL REFETTORIO AMBROSIANO.

INSIEME A DAVIDE REMPELLO, CURATORE DEL PADIGLIONE ZERO DI EXPO E CON LA COLLABORAZIONE DELLA CARITAS DI MILANO, BOTTURA HA INAUGURATO QUALCHE GIORNO FA QUESTA MENSA MOLTO PARTICOLARE, DOVE IL BUONO E IL BELLO SONO A DISPOSIZIONE DEGLI ULTIMI.

UN PROGETTO EMOZIONANTE, FORSE IL PIU’ BELLO IN QUESTO MOMENTO A MILANO,  CHE CONIUGA SOLIDARIETA’, ARTE, BELLEZZA, GRANDE CUCINA, RECUPERO DEL CIBO.

IN QUESTA MENSA SUI GENERIS , UN VECCHIO TEATRO RISTRUTTURATO NEL PERIFERICO QUARTIERE GRECO, PER I PROSSIMI MESI SI ALTERNERANNO AI FORNELLI I MIGLIORI CHEF DA TUTTO IL MONDO, CHE SERVIRANNO 96 PASTI AL GIORNO, A PRANZO AGLI STUDENTI E A CENA AI SENZATETTO, CUCINANDO  CON GLI SCARTI DI TUTTI I PADIGLIONI DI EXPO.

MERCE NON PIU’ VENDIBILE MA ANCORA IN BUONO STATO E COMUNQUE UTILIZZABILE, LAVORATA CON SAPIENZA, CHE PUO’ ESSERE PORTATA IN TAVOLA ANZICHE’ BUTTATA VIA.

ALL’INGRESSO UNA SCRITTA : “ NO MORE EXCUSES”, E IL BEL PORTALE DI MIMMO PALADINO. PASSARE DALLE PAROLE AI FATTI INSOMMA .

UN LAVORO INCESSANTE FATTO DA VOLONTARI, CHE FINORA HA CONSENTITO DI RECUPERARE PIU’ DI TRE TONNELLATE DI CIBO, E CHE CONTINUERA’ FINO ALLA FINE DELL’ESPOSIZIONE .

IL 14 LUGLIO E’ ATTESO IL GRANDE CHEF ALAIN DUCASSE, MAESTRO E GRANDE AMICO DI BOTTURA, CHE RENTERPRETERA’ IL PANE SECCO.

UNA SFIDA NUOVA OGNI GIORNO, CHE METTERA’ ALLA PROVA  LA CREATIVITA’ E L’INGEGNO.

UNA CUCINA CHE PORTA ALLA MAGGIORE ESALTAZIONE INGREDIENTI SEMPLICI E DI RECUPERO, BEN RAPPRESENTATA DAL DESSERT SIMBOLO DI BOTTURA:  “PANE E’ ORO” FATTO RECUPERANDO PANE, LATTE E ZUCCHERO.

UN SOGNO CHE SI REALIZZA PER LO CHEF MODENESE, CHE SI E’ LANCIATO NELL’IMPRESA CON L’ENTUSIASMO CHE LO CONTRADDISTINGUE.

“SE LO PUOI SOGNARE, LO PUOI FARE”, DICEVA ENZO FERRARI, SUO CONTERRANEO, FRASE CHE BOTTURA RIPETE SPESSO.

IL REFETTORIO AMBROSIANO SARA’ UNO DEI LASCITI DI EXPO ALLA CITTA’ DI MILANO. RESTERA’ COME LUOGO PER INCONTRI CULTURALI DI EDUCAZIONE ALIMENTARE E ARTISTICA.

UN LUOGO PIENO DI BELLEZZA E CULTURA, CHE CONTIENE TAVOLI ARTISTICI FATTI DA GRANDI ARCHITETTI, SEDIE  E LAMPADE DI DESIGN, UN ENORME AFFRESCO DI ENZO CUCCHI  E UN’OPERA DI CARLO BENVENUTO SUL TEMA DEL PANE E DELLA TAVOLA.

“I POVERI HANNO FAME DI PANE E DIGNITA’”, HA DETTO IL CARDINALE ANGELO SCOLA, QUI SI VUOLE AIUTARE LE PERSONE A INSERIRSI DI NUOVO NELLA SOCIETA’.

SPETTACOLARE LA GRANDE CAPPA RICOPERTA DI RAME CHE SOVRASTA LE CUCINE, DOVE LAVORERANNO CHEF DEL CALIBRO DI MORENO CEDRONI, MAURO ULIASSI, DAVIDE OLDANI , ANDREA BERTON, ENRICO CRIPPA, DAVIDE SCABIN , RENE’ REDZEPI, MARIO BATALI.

IL REFETTORIO , INSOMMA, SARA’ IL PUNTO DI CONGIUNZIONE TRA ALTA CUCINA E SOLIDARIETA’, LA DEFINITIVA E IRREVERSIBILE CONSACRAZIONE DEL RUOLO SOCIALE DEGLI CHEF.

CHE STA SMUOVENDO LE COSCIENZE, NON SOLO IN ITALIA.

LO CHEF GASTON ACURIO, AD ESEMPIO, VUOLE RIPETERE L’ESPERIMENTO NEI QUARTIERI POVERI DI LIMA. E C’E’ POI LA FRANCIA, CHE PER PRIMA HA PROIBITO LO SPRECO ALIMENTARE NEI SUPERMERCATI, ED ANCHE IL “ NO WASTE MONDAY “  NEI PAESI DEL NORD EUROPA.

“NO MORE EXCUSES”, QUALCOSA E’ CAMBIATO PER SEMPRE.

Home restaurant: finalmente chiarezza

La risoluzione del Ministero dello sviluppo economico  recente fa giustizia  del far west che si era creato negli ultimi anni.

Avere una attivita’ di ristorazione nella propria abitazione privata – dice il Mise – e’ una attivita’ economica a tutti gli effetti. E come tale deve essere sottoposta ai requisiti professionali, igienico sanitari e a tutte le norme in materia di sicurezza, urbanistica ed edilizia, a iniziare dalla Scia, la segnalazione certificata di inizio attivita’, da presentare al comune di residenza.

I ristoratori guardavano da tempo con preoccupazione al fenomeno crescente degli home restaurant e hanno piu’ volte protestato contro la concorrenza sleale che subivano da questo tipo di attivita’.

Una concorrenza non tanto sul piano della qualita’ del servizio, ma su due questioni cruciali: etica del lavoro e sicurezza.

Un conto e’ cucinare per la famiglia, ben altra cosa farlo in modo professionale. Tracciabilita’ dei prodotti, sicurezza riguardo alle temperature nella cottura dei cibi, corretta sanificazione della zona lavoro, indumenti lavorativi appropriati, controllo delle temperature dei frigoriferi.

Professionalita’ significa conoscenza delle rigide procedure di sicurezza. Cucinare secondo le norme di legge, insomma.

Con gli strumenti adeguati, abbattitori di temperatura, macchine per il sottovuoto, ad esempio. Quanti possono dire di averli in casa?

Il fenomeno degli home restaurant ha preso piede nel nostro paese soprattutto grazie al tam tam su internet, arrivando a contare migliaia di persone coinvolte, con una media di 200-300 in grandi citta’ come Milano, Torino, Venezia, Roma.

L’attivita’ di home restaurant, dice il ministero dello sviluppo economico,“non può che essere classificata come un’attività di somministrazione di alimenti e bevande, in quanto anche se i prodotti vengono preparati e serviti in locali privati coincidenti con il domicilio del cuoco, essi rappresentano comunque locali attrezzati aperti alla clientela”,

Ben venga l’innovazione che rispetta le regole!”, ha commentato Enrico Stoppani, presidente di Fipe e vicepresidente di Confcommercio. Ripristinate – ha detto – senza spazio per dubbi e interpretazioni, le regole per una competizione leale e corretta: a parità di attività ci vuole parità di regole, di tributi e di obblighi.

Non è, infatti, ammissibile – prima di tutto per garanzia e sicurezza dei cittadini – che ci possano essere modalità diverse di fare ristorazione: da un lato quelle soggette a norme e prescrizioni rigorose a tutela della qualità e della salute; dall’altro quelle senza vincoli, senza controlli, senza tasse, senza sicurezze igieniche.

Il settore della ristorazione è sempre più attento e aperto all’innovazione e alla sperimentazione di nuove formule, come dimostrano le migliaia di imprese che nel nostro Paese si sono conquistate la fiducia e l’apprezzamento dei clienti, ha detto Stoppani . Ben vengano quindi nuove idee e nuovi approcci, purché siano sostenute da un corretto spirito imprenditoriale, da trasparenza e da lealtà verso i consumatori e verso lo Stato».

Creativita’ si’, ma nel rispetto delle regole, che devono valere per tutti.

 

CARNIVORI E VEGETARIANI

E’ LA TENDENZA DEL MOMENTO. RIDURRE FORTEMENTE I CONSUMI DI CARNE, O RINUNCIARVI DEL TUTTO.

UN RECENTE SONDAGGIO, COMMISSIONATO A GFK EURISKO DA UNA COOPERATIVA LATTIERO CASEARIA  CUI CONFERISCONO OLTRE 1000 PRODUTTORI, RIVELA CHE GLI ITALIANI STANNO CAMBIANO ABITUDINI ALIMENTARI, SPENDENDO DI PIU’ PER FRUTTA E VERDURA, CEREALI E PESCE CHE PER LA CARNE.

INFLUISCE SU QUESTI RISULTATI ANCHE LA RACCOMANDAZIONE DI MOLTI NUTRIZIONISTI DI ELIMINARE O RIDURRE FORTEMENTE IL CONSUMO DI CARNE, IN PARTICOLARE  DI QUELLA ROSSA.

NEGLI ULTIMI VENTI ANNI  SONO AUMENTATI GLI ITALIANI CHE SCELGONO LA DIETA MEDITERRANEA,

CHE SI FONDA SU VERDURA E FRUTTA, CHE PREFERISCONO I PASTI SLOW E CHE , IN GENERALE, SONO PIU’ ATTENTI ALL’ALIMENTAZIONE .

INOLTRE CROLLA IL PASTO COMPLETO A PRANZO, MA SOPRATTUTTO ALLA SERA, MENTRE CRESCE LA COLAZIONE E SI FA STRADA IL FUORIPASTO.

IL CIBO DEVE ESSERE OGGI BUONO DA PENSARE ANCORA PRIMA CHE BUONO DA MANGIARE – SOSTIENE LA RICERCA – . IN PRIMO PIANO LA CONVIVIALITA’, MA ANCHE IL FATTORE SALUTARE, CIOE’ PROTETTIVO, DEL CIBO E POI IL VALORE DELLA SOSTENIBILITA’, DEL CIBO ETICO, STAGIONALE, DI FILIERA CORTA.

DAL 2006 AD OGGI – CONTINUA LA RICERCA- SONO 2 MILIONI GLI ITALIANI CHE HANNO PRESO LE DISTANZE  DA CARNE E SALUMI, MENTRE AUMENTANO COLORO CHE SI ISPIRANO NELLE PROPRIE SCELTE ALIMENTARI A MODELLI VEGETARIANI O VEGANI.

CHI RESTA FEDELE ALLA CARNE CERCA PERO’ UNA MAGGIORE QUALITA’, GARANZIE SULL’ALIMENTAZIONE DEGLI ANIMALI,  RAZZE AUTOCTONE ALLEVATE CONSIDERANDO IL BENESSERE ANIMALE, CHE IN ITALIA SONO NUMEROSE, PENSIAMO ALLA CHIANINA, ALLA MARCHIGIANA, O ALLA PIEMONTESE.

PER I PRODUTTORI E’ ARRIVATA OGGI UNA BUONA NOTIZIA: DOPO UNA INTENSA TRATTATIVA DURATA PIU’ DI UN ANNO  LE AUTORITA’ STATUNITENSI HANNO RIMOSSO UNA SERIE DI MISURE CHE LIMITAVANO FORTEMENTE L’EXPORT DEI PRODOTTI ITALIANI A BASE DI CARNE CRUDA STAGIONATA VERSO IL MERCATO AMERICANO.

SE I PAESI INDUSTRIALIZZATI SEMBRANO RIDURRE IL CONSUMO DI CARNE, ALTRI PAESI CHE ESCONO DALLA POVERTA’ INVECE  LO INCREMENTANO.

CON UN FORTE AUMENTO DELL’OBESITA’ NEI PAESI EMERGENTI. NEGLI ULTIMI ANNI IL PROBLEMA E’ ESPLOSO: SONO SOVRAPPESO O OBESI, – DICE L’OMS – IL 53% DEI BRASILIANI, IL 65% DEI MESSICANI, IL 70% DEGLI ABITANTI DEL MEDIO ORIENTE, IL 25% DEI CINESI.

GLI ESPERTI CHIAMAMO IL FENOMENO “TRANSIZIONE ALIMENTARE”: AL CRESCERE DEL REDDITO CIBI A BASSO CONTENUTO CALORICO, COME I CEREALI, VENGONO SOSTITUITI CON ALTRI DI MAGGIOR PREGIO, MA ANCHE A MAGGIOR CONTENUTO CALORICO COME LA CARNE, MA ANCHE IL LATTE E I LATTICINI, OPPURE CON PRODOTTI INDUSTRIALI CONFEZIONATI, SPESSO DI BASSA QUALITA’ NUTRIZIONALE PERCHE’ TROPPO POVERI DI MICRONUTRIENTI.  AL TEMPO STESSO LA VITA DIVENTA PIU’ SEDENTARIA E IL FABBISOGNO CALORICO DIMINUISCE.

DIETE  TROPPO POVERE DIVENTANO COSI’ TROPPO RICCHE, COME E’ AVVENUTO IN ITALIA, DOVE I CONSUMI ALIMENTARI SONO  STATI COMPLESSIVAMENTE IN LINEA CON IL FABBISOGNO REALE SOLO INTORNO AL 1955.

L’IMPATTO AMBIENTALE DELLA CARNE – NON VA DIMENTICATO – E’ GIGANTESCO. LA FAO HA CALCOLATO CHE , SE PESASSIMO SU UNA BILANCIA TUTTI GLI ANIMALI DOMESTICI, SCOPRIREMMO CHE RAPPRESENTANO UN QUINTO DI TUTTI GLI ANIMALI ESISTENTI SULLA TERRA.

PER IL PASCOLO USIAMO UN QUARTO DELLE TERRE EMERSE: UNA SUPERFICIE GRANDE COME TUTTA L’AFRICA PIU’ META’ DELL’EUROPA, DOVE SUOLO  E VEGETAZIONE SONO DEGRADATI. PER PRODURRE MANGIMI, COME SOIA E MAIS, USIAMO UN TERZO DI TUTTA LA TERRA COLTIVABILE ,

LA PRODUZIONE DI CARNE E’ ANCHE IL PRINCIPALE FATTORE DIETRO LA DISTRUZIONE DELLE FORESTE TROPICALI, ED E’ RESPONSABILE DEL 18% DELLA PRODUZIONE DI GAS SERRA: UN CONTRIBUTO MAGGIORE DI QUELLO DELL’INTERO SISTEMA DEI TRASPORTI GLOBALE. IL SETTORE ZOOTECNICO E’ ANCHE UNO DEI MAGGIORI CONSUMATORI DI ACQUA DOLCE.

C’E DI CHE RIFLETTERE ATTENTAMENTE.

SCOMMESSA EXPO

L’ATTESA ESPOSISIONE UNIVERSALE E’ FINALMENTE INIZIATA. L’AFFLUSSO INTENSO DI VISITATORI FA SPERARE IN UNA BUONA RIUSCITA DELLA MANIFESTAZIONE E NELL’ARRIVO DEI MILIONI DI TURISTI DA TUTTO IL MONDO. E’ LA CARTA DI MILANO LA VERA SCOMMESSA. RIUSCIRA’ A INCIDERE SULLA COMPLESSA REALTA’ GEOPOLITICA CHE PRODUCE STORTURE E DISEGUAGLIANZE?

UN TERZO DEL CIBO PRODOTTO NEL MONDO  – UN MILIARDO E 300 MILIONI DI TONNELLATE L’ANNO – NON ARRIVA NEL PIATTO.  LO SPRECO , DENUNCIATO DALLA FAO, SI CONSUMA LUNGO TUTTA IL PERCORSO CHE VA DALLA PRODUZIONE ALLA TAVOLA.

NEI PAESI PIU’ POVERI LE PERDITE AVVENGONO SOPRATTUTTO NEI CAMPI, DURANTE IL TRASPORTO,NELLO STOCCAGGIO E NELLA LAVORAZIONE. IL CONSUMATORE  BUTTA VIA IN MEDIA 6-11 CHILI DI CIBO ALL’ANNO.

NEI PAESI PIU’ RICCHI INVECE  LE PERDITE MAGGIORI SONO NELLA VENDITA E NEL CONSUMO. SI BUTTA VIA IL CIBO PERCHE’ IL LIVELLO QUALITATIVO NON E’ ALL’ALTEZZA, PERCHE’ E’ SCADUTO, ( ANCHE SE ANCORA BUONO) , PERCHE’ I SUPERMERCATI PREFERISCONO TENERE GLI SCAFFALI SEMPRE PIENI.

MOLTO CIBO VIENE SPRECATO NELLE NOSTRE CASE, SECONDO LE STIME FAO DAI 95 AI 115 CHILI DI CIBO PER PERSONA ALL’ANNO. IN ITALIA L’8% DELLA SPESA ALIMENTARE FINISCE NELLA SPAZZATURA, PER UN VALORE TRA I 7 E I 9 MILIARDI DI EURO ALL’ANNO.

LA RIDUZIONE DELLO SPRECO E’ SOLO UNA FACCIA DEL PROBLEMA .  ASSICURARE A TUTTA L’UMANITA’ UNA ALIMENTAZIONE BUONA  E SOSTENIBILE E’ UNA SFIDA AL LIMITE DELL’IMPOSSIBILE.

CE LO RICORDA, TRA GLI ALTRI, IL PADIGLIONE DELLA SVIZZERA. QUATTRO TORRI DI  VETRO DA CUI I VISITATORI POTRANNO PRELEVARE LIBERAMENTE RISO, LATTE E CIOCCOLATO. NEI SEI MESI DI MANIFESTAZIONE LE TORRI NON SARANNO PIU’ RIEMPITE, PER FAR RIFLETTERE IL VISITATORE SUL SUO COMPORTAMENTO DI CONSUMO: PIU’ CONFEZIONI DI CIBO PRENDERA’, MENO NE AVRANNO GLI ALTRI. UNA SFIDA CHE HA TANTE DIMENSIONI, TUTTE TRA LORO COLLEGATE. NON CI SONO SOLUZIONI SEMPLICI E AD EXPO CI SARANNO TANTE IDEE DA TUTTO IL MONDO.

NEL 2014 PIU’ DI 800 MILIONI DI PERSONE ,- UNA SU OTTO –  HANNO PATITO LA FAME.  IN AFRICA UNA SU QUATTRO E’ SOTTOALIMENTATA. 165 MILIONI DI BAMBINI SOFFRONO DI MALNUTRIZIONE. MA ECCO IL PARADOSSO: IL NUMERO DI PERSONE SOVRAPPESO, 1,9 MILIARDI. E NON E’ SOLO UN PROBLEMA DEI PAESI RICCHI, MA ANCHE DI QUELLI EMERGENTI: AL CRESCERE DEL REDDITO, CIBI A BASSO CONTENUTO CALORICO VENGONO SOSTITUITI CON CARNE, LATTE E LATTICINI O CON PRODOTTI INDUSTRIALI CONFEZIONATI.

DUE I SEGNALI CHE NEI PROSSIMI ANNI IL CIBO POSSA TORNARE A SCARSEGGIARE. L’AUMENTO DEI PREZZI DELLE DERRATE AGRICOLE, INIZIATO GIA’ DAL 2000, E LA CORSA ALL’ ACCAPARRAMENTO DELLA TERRA DA PARTE DI GOVERNI O INVESTITORI PRIVATI SOPRATTUTTO IN AFRICA E AMERICA LATINA.

MA LA DOMANDA DI CIBO E’ DESTINATA A CRESCERE. LA POPOLAZIONE MONDIALE PASSERA’ DA 7 A OLTRE 9 MILIARDI NEL 2050. DOVREMMO PRODURRE IL 70% DI CIBO IN PIU’ RISPETTO AD OGGI. IL NUMERO DELLE PERSONE CHE SOFFRONO LA FAME POTREBBE TORNARE AD AUMENTARE.

CHI RISPARMIA SUL CIBO E CHI LO SPRECA: UNA CONTRADDIZIONE CHE HA SPINTO LA DIOCESI DI MILANO E LA CARITAS AMBROSIANA A PROMUOVERE IL PROGETTO REFETTORIO AMBROSIANO: ALLO STESSO TEMPO UN SERVIZIO A CHI E’ IN DIFFICOLTA’ E UN GESTO EDUCATIVO.

LA SEDE E’ L’EX TEATRO ANNESSO ALLA PARROCCHIA DI SAN MARTINO NEL QUARTIERE GRECO DI MILANO. UNO SPAZIO CHE SARA’ COMPLETAMENTE RISTRUTTURATO, SU PROGETTO DEL POLITECNICO DI MILANO, E TRASFORMATO IN UN REFETTORIO APERTO ALLA SOLIDARIETA’, UN LUOGO DI ARTE E BELLEZZA PER TUTTI. NASCE DA UNA INTUIZIONE DELLO CHEF MASSIMO BOTTURA E DEL REGISTA DAVIDE RAMPELLO E VUOLE UNIRE LE ECCELLENZE DELL’ARTE, DELLA CULTURA E DELLA CUCINA.

GLI AMBIENTI SARANNO ARRICCHITI DA OPERE D’ARTE DEI PRINCIPALI ARTISTI CONTEMPORANEI, DA CARLO BENVENUTO A MIMMO PALADINO. NEL GRANDE SALONE CENTRALE SARANNO DISPOSTI 12 TAVOLI REALIZZATI DAI PIU’ IMPORTANTI DESIGNER ITALIANI.

PER UN MESE 40 TRA I MIGLIORI CHEF DEL MONDO REALIZZERANNO MENU CON LE ECCEDENZE  ALIMENTARI RACCOLTE OGNI GIORNO IN EXPO, NEL RISPETTO DELLE NORME SULLA SICUREZZA ALIMENTARE. IL REFETTORIO AMBROSIANO SARA’ UNO DEI LASCITI DI EXPO ALLA CITTA’ DI MILAN

VINO ITALIANO SEMPRE PIU’ SOSTENIBILE

IL VINO E’ SEMPRE PIU’ VERDE. IL CAMBIAMENTO CLIMATICO, LA NECESSITA’ DI PRESERVARE RISORSE ENERGETICHE E AMBIENTALI, PESANO SEMPRE DI PIU’ ANCHE SULLA PRODUZIONE VINICOLA. UN PERCORSO E’ INIZIATO. MOLTE IMPRESE ORIENTANO IL PROPRIO MODELLO DI SVILUPPO SUL MIGLIORAMENTO DEL TERRITORIO E DELLE PRESTAZIONI SOCIALI.

SI FA STRADA IL CONCETTO DI SOSTENIBILITA’, SEMPRE PIU’ PERCEPITA COME VALORE PER IL MERCATO DEL VINO. SONO OLTRE 500 LE AZIENDE COINVOLTE, – CHE RAPPRESENTANO UN TERZO DEL PIL DEL VINO – PER UN VALORE STIMATO IN OLTRE 3 MILIARDI DI FATTURATO – INSIEME A 31 TRA UNIVERSITA’ E CENTRI DI RICERCA E 10 TRA ASSOCIAZIONI ED ISTITUZIONI GOVERNATIVE. UNA TENDENZA CHE SI E’ BEN AVVERTITA DURANTE L’ULTIMO VINITALY.

SONO BEN 15 I PROGRAMMI NAZIONALI NATI NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI INTORNO A QUESTO TEMA, A CUI SI AGGIUNGONO NUMEROSI ALTRI PROGETTI PROMOSSI DA CONSORZI, ASSOCIAZIONI O REGIONI, TUTTI ARTICOLATI INTORNO A TRE MACROINDICATORI AMBIENTALI:O LE EMISSIONI GAS A EFFETTO SERRA, IL CONSUMO DI ACQUA, IL MANTENIMENTO E LA TUTELA DELLA BIODIVERSITA’.

UNA IMPORTANTE AZIENDA DELLA FRANCIACORTA E’ STATA L’ULTIMA AD ADERIRE A VIVA, IL PROTOCOLLO DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE.

PAESI COME STATI UNITI, SUD AFRICA, CILE E AUSTRALIA HANNO AVVIATO PROGRAMMI FIN DAGLI ANNI ’90. ANCHE IN QUESTO CAMPO LA FRANCIA FA SCUOLA. LO CHAMPAGNE HA ALLEGGERITO LE SUE BOTTIGLIE, I VINI DELLA LANGUEDOC SONO SPEDITI A VELA, COME NELL’800, MENTRE IL PRIMO VIGNETO A ZERO EMISSIONI DI CO2 E’ A BORDEAUX. MA IL LEADER MONDIALE DELLA SOSTENIBILITA’ E’ LA NUOVA ZELANDA, LA CUI PRODUZIONE E’ CERTIFICATA SOSTENIBILE DALL’ANNATA 2012.

ANCHE SE IN RITARDO RISPETTO ALL’APPLICAZIONI DI MODELLI DI SVILUPPO SOSTENIBILE RISPETTO A QUESTI PAESI L’ITALIA SI STA SCOPRENDO IN PRIMA LINEA CON UN GRANDE VALORE DEI CONTENUTI TECNICO-SCIENTIFICI E PER IL NUMERO DI AZIENDE COINVOLTE.L’INSIEME DELLE INIZIATIVE COPRE TUTTI E TRE GLI AMBITI DELLA SOSTENIBILITA’, -SOCIALE, AMBIENTALE ED ECONOMICO – E SI ESTENDE LUNGO TUTTA LA FILIERA, DAL CAMPO ALLA TAVOLA. COINVOLTE LE AZIENDE, PRIVATE O COOPERATIVE – ORIENTATE A PRODUZIONI PREGIATE, DI QUALSIASI DIMENSIONE DALLE PICCOLISSIME ALLE GRANDI.

SECONDO MOLTI ESPERTI DI MERCATO I CONSUMATORI SONO SEMPRE PIU’ PORTATI A SCEGLIERE PRODOTTI DI AZIENDE SOSTENIBILI E BIOLOGICHE, CHE NON FANNO USO DI TRATTAMENTI CHIMICI IN VIGNA E IN CANTINA. SECONDO L’OSSERVATORIO WINE MONITOR DI NOMISMA, QUEST’ANNO I CONSUMATORI DI VINO BIO AUMENTERANNO DI OLTRE IL 5%.
IL SUCCESSO E L’INTERESSE NEI CONFRONTI DEL VINO BIO SONO LEGATI ALL’OTTIMO POSIZIONAMENTO IN TERMINI DI QUALITA’ PERCEPITA SUPERIORE RISPETTO AI VINI CONVENZIONALI DAL 49% DEI CONSUMATORI.

IN ITALIA SONO CIRCA 68 MILA GLI ETTARI COLTIVATI SECONDO IL METODO BIOLOGICO. IN EUROPA PRIMEGGIA LA SPAGNA CON CIRCA 84 MILA ETTARI. NELLA CLASSIFICA MONDIALE L’ITALIA E’ TERZA DIETRO MESSICO E AUSTRIA. LA REGIONE PIU’ BIOLOGICA IN ITALIA E’ LA SICILIA, SEGUITA DA PUGLIA E TOSCANA.

IL SUCCESSO E L’INTERESSE VERSO QUESTI VINI E’ LEGATO- SECONDO NOMISMA – ALL’OTTIMO POSIZIONAMENTO IN TERMINI DI QUALITA’ PERCEPITA SUPERIORE RISPETTO AI VINI CONVENZIONALI. IN PRIMA LINEA ANCHE LE MARCHE, L’ABRUZZO E L’UMBRIA

E C’E’ CHI VA OLTRE, VERSO IL BIODINAMICO E PERFINO IL VEGANO. SONO GIA’ 10 LE AZIENDE CERTIFICATE VEGANE, CHE CIOE’ NON FANNO USO IN CANTINA DI PRODOTTI DI ORIGINE ANIMALE. IL CHE SIGNIFICA NIENTE LETAME, PROPOLI, COLLA DI PESCE NEL CICLO PRODUTTIVO.

UNA NICCHIA ANCORA CERTO, MA CHE SUSCITA NOTEVOLE INTERESSE.

DALLA TERRA ALLA TAVOLA

IL premio “Italia a tavola”, che si e’ tenuto a Firenze , ha avuto il merito di mettere a fuoco tematiche cruciali per l’agroalimentare italiano.
L’obiettivo ambizioso era quello di spingere per un’alleanza fra produttori di materie prime e ristoratori, per irrobustire la filiera agroalimentare , facendo dei ristoranti di qualita’ i garanti e i promotori dei prodotti tipici e del territorio.
Un modo – si proponevano gli organizzatori – per dare piu’ forza al sistema alimentare facendo a tutti gli effetti una delle gambe forti dello stile italiano, insieme ad arte-cultura e moda –design.
Le basi sono state gettate e si spera che il dialogo tra i protagonisti della filiera, sotto l’occhio vigile delle istituzioni, continui.
L’incontro e’ stato anche l’occasione per fare il punto della situazione dal versante dei pubblici esercizi – ristoranti, bar pasticcerie, gelaterie – piu’ di 300 mila imprese in Italia.
La spesa delle famiglie in consumi alimentari – segnala la Federazione italiana pubblici esercizi – vale 73 miliardi di euro. La crisi ha colpito duramente, mandando in fumo quasi 8 miliardi di euro , 3 di tagli e 5 di mancata crescita. .
Nel 2014 il saldo tra aperture e chiusure e’ stato negativo per circa 10 mila imprese.
Ma rispetto agli altri paesi europei l’impatto della crisi sulla ristorazione e’ stato meno pesante. Grazie ai punti di forza del settore: il modello della piccola impresa, basato sulla convivialita’, sul territorio, sulla tipicita’ e sul rapporto con la filiera agroalimentare.
La ristorazione italiana non e’ quindi una commodity ma innanzitutto il luogo della convivialita’, dell’esperienza e degli stili alimentari che si rinnovano.
La ristorazione utilizza le produzioni agroalimentari per un valore di circa 20 miliardi di euro. Per 9 ristoranti su dieci la denominazione di origine per ortaggi, verdure e frutta e’ importante ed aumenta il ricorso alle produzioni biologiche.
Quel che e’ certo e’ che i piccoli produttori sono il riferimento principale della ristorazione di qualita’, anche se rispetto agli altri canali presentano criticita’ in termini di livello di servizio.
In vista di Expo il ruolo della ristorazione si puo’ misurare sotto il profilo economico – (il valore della spesa turistica e’ di 17 miliardi di euro) – promozionale, (con l’enogastronomia secondo punto di forza dell’offerta turistica italiana, il primo per i turisti abituali), e sociale –( cibo come elemento relazionale piu’ importante).
Per questo e’ fondamentale fare leva su tre punti di forza del modello di offerta italiano, accoglienza, tipicita’ e qualita’.
Non mancano pero’ alcune criticita’. Il crescere disordinato di una offerta di ristorazione qualche volta improvvisata, che fa crescere la confusione e la necessita’ di una nuova formazione degli operatori per valorizzare la filiera, con un sistema formativo che sia adeguato alle necessita’ delle imprese di qualita’ e uno scambio maggiore tra scuola e lavoro.

La Peste degli Ulivi

La peste degli ulivi sta deturpando il volto del Salento, in Puglia. Alberi potati drasticamente, rami secchi, desolazione. Gallipoli è la zona del primo focolaio di quello che viene indicato come responsabile del disastro: il batterio xylella fastidiosa.
Si tratta di un batterio, arrivato probabilmente con piante importate dal Sud America, che è veicolato da un insetto – chiamato sputacchina.
Pungendo le foglie diffonde il contagio, pianta dopo pianta. Gli agricoltori piu’ anziani sono sotto choc.

Una vicenda intricata, tra allarmi e smentite, studi contrapposti, azioni legali, inchieste della magistratura e timori per il crollo dell’economia del Salento, fondata proprio sull’olivo.
Il rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, presentato a gennaio da Eurispes e Coldiretti, dedica il capitolo iniziale a “lo strano caso della xylella fastidiosa” ed elenca una serie di stranezze che legittimano più di un dubbio.

Il progressivo ammalarsi delle piante viene attribuito alla sindrome del disseccamento rapido dell’ulivo, un complesso di cause, tra cui la xylella, che agiscono soprattutto a causa della debilitazione delle piante, per un eccessivo uso di pesticidi che ha alterato l’equilibrio e distrutto l’humus dei terreni. L’emergenza xylella servirebbe – si ipotizza – a giustificare eradicazioni di piante spesso secolari, e a permettere trattamenti massicci con agrofarmaci, fino a ipotizzare possibili speculazioni edilizie e manovre oscure delle multinazionali. Insomma un brutale attacco al territorio, alla sua economia, a cultura e tradizioni secolari. Ed è sull’eradicazione o sulla possibile cura delle piante che si combatte la battaglia più dura.

La vicenda si colora di giallo. Nel 2010 lo IAM di Bari, l’Istituto Agronomico Mediterraneo ospita un workshop proprio sulla xylella, un corso per ricercatori ben prima del manifestarsi del batterio, in cui però uno studioso californiano, Almeida, annuncia un imminente pericolo xylella per l’Europa. A fine 2013 questo ricercatore e l’assessorato all’agricoltura della Puglia in una conferenza stampa parlano di emergenza xylella. Ma è la commissione agricoltura a smentire assessorato e esperti – sostiene il rapporto sui crimini agroalimentari – contestando che ci si sia avvalsi di un solo esperto e che xylella e sindrome da disseccamento rapido non sono esattamente corrispondenti. Coinvolti il CNR e l’Università di Bari.

Cittadini e associazioni si sono rivolti alla magistratura, presentando esposti e denunce. Un agronomo, il professor altieri, sostiene che il disseccamento è la spia di uno squilibrio causato dall’uso di disseccanti chimici. La procura di Lecce ha aperto una inchiesta, ipotizzando il reato di diffusione colposa di malattia della pianta. In una intervista la PM Mignone ha detto che non si può affermare con certezza che la xylella c’entri qualcosa con quanto sta accadendo agli ulivi. Inoltre la sede dello IAM di Bari dove si svolse il workshop nel 2010 è luogo precluso alle indagini perchè gode per legge di una status di immunità assoluta.

Un commissario straordinario, Giuseppe Silletti, ha varato un piano per contenere l’emergenza, che prevede abbattimenti, arature e uso mirato di pesticidi contro l’insetto vettore. Viene individuata, su sollecitazione dell’Unione Europea, una fascia di eradicazione di 15 chilometri, dallo Jonio all’Adriatico. Ma partono subito ricorsi al TAR, anche da parte di aziende biologiche. Il primo da un avvocato di Oria, in provincia di Brindisi, la zona interessata più a nord.

Il piano Silletti è avversato anche dall’associazione italiana per l’agricoltura biologica : rischia – dice l’Aiab – di non essere efficace, oltre che potenzialmente dannoso. Mentre l’irrorazione per via aerea di pesticidi e fungicidi per contrastare la diffusione del batterio è nociva per l’agricoltura, l’estirpazione degli olivi infetti sarebbe inutile qualora l’essicamento fosse stato prodotto anche da altre cause, come l’uso di diserbanti chimici che la indeboliscono, esponendola a maggiori rischi. Forse la soluzione – dice l’Aiab – e da cercare in pratiche agronomiche più attente, intervenendo sul campo.

Nelle strade non si parla d’altro che della strage di ulivi. Gli olivicoltori sono stanchi e sfiduciati, soprattutto i giovani imprenditori che avevano puntato tutto sulla produzione di olio.

Il governo sta lavorando ad una norma per lo stato di calamità che porti aiuti economici agli agricoltori, ma chiede di procedere con il piano Silletti: al massimo 35 mila gli ulivi malati che potrebbero essere abbattuti, ma la stima è di 15 mila.

Intanto è la Francia per prima a chiudere le porte. Ulivo, vite, ma anche fico, albicocco, mandorlo: 102 le specie vegetali che non potranno essere esportate dalla Puglia. E potrebbe essere solo l’inizio.