Olio extra vergine italiano: la sfida infinita

I carrelli della spesa degli italiani non sono mai stati così vuoti. Sotto i colpi della crisi si rinuncia anche all’indispensabile: pane ,dolci,carne ,pesce ,vino. Una sforbiciata molto dolorosa.
Alla caduta dei consumi alimentari del 2,8% a 147 miliardi di spesa registrata nel 20132, segue, nei primi tre trimestri 2013,un calo del 3,3% che fa diminuire il totale speso per la tavola a 120 miliardi. Lo evidenzia un’indagine censis-confederazione italiana agricoltori. Tuttavia, se da un lato più di tre quarti degli italiani ricorre a marche commerciali per ridurre la spesa, dall’altra vi è una nutrita quota che non è disposta a rinunciare alla qualità ed eccellenza. Il 41% degli italiani ha acquistato negli ultimi sei mesi frutta e verdura biologica e il 33,2% carne da allevamenti biologici. Vi e’ poi un 20,6% disposto anche a spendere molto pur di acquistare prodotti dell’eccellenza agroalimentare, soprattutto i giovani (il 27,1% degli under 45 non rinuncia al ‘lusso a tavola’). Prova ne è – sottolinea ancora il rapporto – che i prodotti alimentari BIO e quelli certificati DOP e IGP detengono quote sempre più estese sia in Italia che all’estero. Il volume di affari della produzione italiana BIO è stimato in 3,1 miliardi di euro, mentre il fatturato della produzione certificata sfiora i 7 miliardi.
Ma c’è un prodotto che ancora fatichiamo ad apprezzare nel giusto modo: l’olio extra vergine di oliva. I supermercati sono pieni di offerte a prezzi stracciati, pochi euro al litro, e spesso il consumatore si fa attrarre dal prezzo più basso e non getta nemmeno un’occhiata distratta all’etichetta. Quegli oli dal colore improbabile sono quasi sempre un mix di oli,quasi mai italiani, deodorati, cioè sottoposti a trattamenti chimici.
Bisognerebbe sempre ricordare che se un buon extra vergine fa molto bene alla salute, uno cattivo può fare molto male.
E poi, come ricorda il presidente dell’Unaprol Sandali, la presenza all’interno della stessa categoria olio di tante tipologie di prodotti genera nel consumatore una confusione in cui spesso vince solo la logica del prezzo.
Nelle fasce medio-basse la competizione si gioca tra aziende di grandi dimensioni, in alcuni casi multinazionali che hanno acquistato marchi italiani. Nella stessa fascia di prezzo agiscono anche aziende di medie dimensioni che detengono marchi storici. Ci sono poi le private label, una gamma garantita dal marchio del supermercato.
Insomma – dice Sandali – un tutti contro tutti che ha finito col danneggiare il settore rendendo tutti più poveri.
Al punto che da tempo le principali multinazionali del settore sono in crisi e qualcuno sta pensando a riacquistarle per farle ritornare in mani italiane. e mentre arrivano pesanti accuse dal Wall Street Journal alla “verginità” dell’olio italiano, nei magazzini Harrod’s a Londra si scopre finto olio toscano imbottigliato in Inghilterra.
E pensare che la nostra legislazione in questo campo è la più avanzata d’Europa. Nel 2013 è stata approvata la legge salva olio, per tutelare il made in Italy dalle frodi, ancora non del tutto applicata per l’inerzia della pubblica amministrazione.
L’Italia è il secondo produttore mondiale di olio di oliva dopo la Spagna, con circa 250 milioni di piante, su 1,2 milioni di ettari di terreno, ma è anche il principale importatore mondiale . Il fatturato del settore è stimato in 2 miliardi di euro. Le esportazioni nel 2013 hanno avuto un valore di 1,2 miliardi di euro, soprattutto verso gli Stati Uniti, principale mercato.
è arrivato il momento di dire basta alle frodi, se davvero vogliamo salvare un patrimonio inestimabile.

Pizza e basta

Ho mangiato una pizza. Non vi diro’ dove. Farina eccellente, pomodoro vero, olio extra vergine di qualita’, lunga lievitazione. Molto semplice, alla marinara. Un sapore appena discreto, anche se la digeribilita’ e’ stata buona. Alla fine del mio pasto la domanda che mi sono fatta e’ stata: bastano ingredienti di qualita’ a fare un’ottima pizza? Mi sono risposta subito di no.
La qualita’ degli ingredienti e’ un requisito necessario ma non sufficiente, secondo me.
Questo popolarissimo cibo sta vivendo un momento magico a Napoli, una sorta di rinascimento gastronomico. Da pizza da pochi euro, da mangiare in fretta per strada sta diventando pizza per gourmet che affollano i locali piu’ gettonati, con un costo un po’ piu’ alto ma con un quid in piu’ che fa la differenza.
Questa rivoluzione si deve a pizzaioli come Enzo Coccia, Gino Sorbillo, Guglielmo Vuolo ,i fratelli Salvo e alle associazioni che piu’ hanno contribuito alla sua valorizzazione: l’associazione Verace pizza napoletana , con a capo Antonio Pace , che festeggia i 30 anni di vita, e l’associazione pizzaioli napoletani, guidata da un sardo, Sergio Miccu’.

La pizza napoletana che esce da queste sapienti mani artigiane ha un valore aggiunto che si riconosce e che viene apprezzato dai consumatori, al punto che, anche in tempi di crisi, i fatturati di queste aziende volano. Anche grazie ai continui viaggi all’estero e alla presenza massiccia e intelligente sul web.
La pizza 2.0 e’ un successo planetario che si deve soprattutto all’ abilita’ artigiana. Il vero segreto e’ la capacita’ di fare l’impasto, la sua idratazione, il giusto rapporto tra farina e acqua che le da’ il giusto grado di elasticita’, il lievito di birra – sempre usato a Napoli insieme al lievito madre – .
E poi c’e’ la cottura, fase delicatissima, che va gestita con abilita’ in base all’impasto nel caratteristico forno a legna napoletano, dalla bocca a mezzaluna. Una cottura immediata e quasi violenta in un forno ardente, pochi minuti. Anche il consumo deve essere immediato, ecco perché nelle pizzerie vanno a ruba i posti piu’ vicini al forno. Un carpe diem gastronomico che e’ una precisa e inderogabile regola. Una pizza napoletana fredda, si sa, perde molto del suo appeal.
Insomma tutto sta nella manualita’ del pizzaiolo che e’ l’ingrediente che fa davvero la differenza.
A Napoli in questo momento, secondo Luciano Pignataro, una autorita’ in materia, la pizza migliore si mangia da Guglielmo Vuolo a Eccellenze campane, mentre la migliore pizzeria e’ quella dei fratelli Salvo a San Giorgio a Cremano, alle porte di Napoli.
Resiste invece in costiera sorrentina la tradizionale pizza al metro. Altra preparazione, la cui base e’ la pasta di pane, condita con i mille ingredienti degli orti e del mare. Espressioni diverse di una stessa cultura gastronomica.

Un salto di qualita’

EXPO 2015 International Partecipant Meeting

Scopriremo presto cosa ha in programma il premier Renzi per il settore primario.
Troppi ministri si sono convulsamente alternati alla guida di un settore che e’ vitale per la nostra economia e a cui sono legate le speranze di ripresa.
Troppa incertezza ha pesantemente condizionato il lavoro delle aziende agricole che hanno bisogno soprattutto di stabilita’ e sicurezza per programmare investimenti.

 

Che questa volta il tanto atteso salto di qualita’ arrivi lo fa sperare il fatto che agricoltura e cibo siano stati indicati dal premier Renzi tra i settori primari del Job Act.

++ Renzi, no sensazione Italia finita, deciso cambiare ++

Il Mipaaf riparte da un sottosegretario, Murizio Martina , l’uomo piu’ giovane del nuovo governo, che aveva tra le sue mani la delega per Expo 2015. Una opportunita’ di rilancio e rinnovamento da non perdere per un Ministero recentemente scosso da scandali, arresti, inchieste, opacita’.

Diversi gli alti funzionari coinvolti nelle inchieste della magistratura.

Il nuovo Ministro, che ha fama di essere persona preparata e competente, ha davanti a sé due appuntamenti cruciali: il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea e ‘Expo 2015 di Milano.

Fondamentale dare spazio alle migliori competenze e professionalita’ di cui il ministero e’ ricco.
Ma soprattutto controllare con attenzione la spesa , nell’otttica di una spending review efficace e attenta. Ancora troppe le consulenze fuori controllo, che costano milioni di euro.

 

Insomma e’ arrivato il momento di mettere con intelligenza le pesone giuste al posto giusto, di rompere antiche e radicate consuetudini , di mettere sotto la lente di ingrandimento i fondi elargiti ai progetti qualita’ per la promozione e valorizzazione dei prodotti agroalimentari italiani.

Tanto lavoro per il neoministro, al quale non mancheranno impegno e determinazione.
Necessari per voltare finalmente pagina.

Quirinale: governo Renzi ha giurato

Ci salveranno gli chef?

182000543E’ stato presentato oggi a Bologna un libro molto interessante di Alessandra Moneti, giornalista dell’Ansa e di Denis Pantini di Nomisma. Titolo: Ci salveranno gli chef (senza punto interrogativo).
La domanda che si fanno gli autori e’: come possono la ristorazione e la cucina italiana valorizzare il sistema agroalimentare che, considerato nella sua accezione più ampia di filiera, arriva a pesare sul PIL e sull’occupazione per il 14%?
L’economia italiana vede i consumi alimentari ridursi progressivamente, tanto da essere arrivati – in termini di spesa pro-capite attualizzata – agli stessi livelli degli anni ’60. Per fortuna c’è l’estero, si dirà. E in effetti le stime Nomisma sull’export alimentare italiano vedono per il 2013 il raggiungimento dell’ennesimo record a 27,4 miliardi di euro (considerando anche i prodotti agricoli il valore supera i 34 miliardi), evidenziando una crescita in dieci anni di oltre l’80%.
Tuttavia, spiegano gli autori, delle oltre 54.000 imprese alimentari italiane solamente il 12% esporta, per una propensione all’export pari al 20%, poca cosa se paragonato al 31% della Germania (per esportazioni superiori a 55 miliardi di euro) o al 25% della Francia. Le opportunità esistono, ma solo in pochi riescono a coglierle. Sono soprattutto le piccole imprese – che in Italia pesano per quasi il 90% sul totale del settore – ad avere difficoltà nel raggiungere i mercati esteri.
167223042“Occorre una vera e propria politica economica dedicata all’agroalimentare – ha affermato Paolo De Castro, intervenuto alla presentazione del libro, – che supporti le nostre imprese nella conquista dei mercati esteri. La rilevanza socioeconomica del settore è talmente importante per il nostro Paese che non possiamo permetterci di non crescere all’estero, soprattutto in questo momento di crisi interna dei consumi. E’ importante quindi valorizzare le leve che possono fornire un supporto ai nostri produttori nello sviluppo dell’export e tra queste figura sicuramente la ristorazione italiana nel mondo”.
Perché la ristorazione italiana all’estero può dare una mano proprio alle piccole imprese? In primis perché per accedere al canale della ristorazione ci sono meno ostacoli rispetto a quello della GDO, ma più in generale perché è grazie ai ristoranti italiani se molti dei nostri prodotti alimentari sono oggi conosciuti, apprezzati e consumati tra le mura domestiche in oltre 150 paesi al mondo!
“L’effetto più rilevante e utile ai produttori italiani – ha dichiarato Denis Pantini – è proprio la capacità della ristorazione italiana di diffondere la conoscenza dei nostri prodotti nel mondo, arrivando – attraverso un processo di contaminazione – a farli inserire nelle abitudini alimentari dei consumatori locali. Basti citare, per tutti, il caso della Svezia: fino a metà degli anni ’90 in questo paese non si consumava pasta. Con la diffusione della cucina italiana – percepita come “buona” sia in termini salutistici che di gusto – oggi la Svezia rappresenta il quarto paese al mondo per consumi pro-capite di pasta.” ‘’Ed è proprio l’offerta enogastronomica a motivare il viaggio in Italia – ha sottolineato Alessandra Moneti – per 730.000 turisti stranieri che ogni anno spendono su tutto il territorio nazionale 124 milioni di euro esclusivamente per vivere l’esperienza della vendemmia o degustare tartufi bianco e olio novello’’.

madeinbrescia.org

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Il problema resta l’Italia e come “rivitalizzare” i consumi interni. In questo contesto, anche la ristorazione soffre, con cali nelle presenze e conseguenti chiusure di esercizi. Ciò che non sembra diminuire ma anzi aumentare è l’interesse verso la cucina italiana, considerata ormai un fenomeno mediatico dalle mille sfaccettature (editoriale, televisivo, radiofonico, dei social network), come ha messo in evidenza Moneti: ‘’su Twitter si moltiplicano gli hashtag a tema wine and food, in una febbre che vede protagonisti gli stessi chef stellati, che anche attraverso chat e i social interagiscono sempre di più facendo finalmente squadra. Ma se il mestiere di cuoco è sempre più ambito dai giovani che dal 2004 al 2012 hanno decuplicato le iscrizioni all’Alberghiero, occorre ora rivalutare i mestieri del cameriere e del banconista nelle migliori gastronomie. E’ infatti con loro che si relaziona il viaggiatore o il consumatore foodies, ed è pertanto il personale di sala e il venditore in enoteca un ambasciatore importante del patrimonio enogastronomico nazionale, il nostro petrolio’’.
Se la ristorazione italiana nel mondo può rappresentare una leva formidabile per trainare le nostre esportazioni, può l’interesse degli italiani per la cucina rivitalizzare i consumi alimentari nel mercato domestico?
A questa domanda ha cercato di dare risposta l’indagine Nomisma presente nel libro e rivolta a 1.000 responsabili di acquisto di prodotti alimentari delle famiglie italiane. L’indagine evidenzia come la passione per la cucina porti 3 italiani su 4 a seguire trasmissioni televisive e a navigare su siti e blog di cucina. L’aspetto più interessante, emerso è che per il 54% degli “appassionati l’interesse per la cucina si traduce anche in un cambiamento del comportamento d’acquisto o nelle modalità di consumo dei prodotti alimentari. Ma in che modo?

www.dissapore.com

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Andando a scavare in profondità si scopre che i cambiamenti nel comportamento di acquisto alimentare indotti dalle trasmissioni televisive o dai siti internet interessano maggiormente i responsabili di acquisto di famiglie con figli, di professione operai o impiegati, inseriti in una fascia di reddito familiare medio-bassa, di genere femminile e di età compresa tra 30 e 44 anni. In particolare, i cambiamenti più intensi hanno riguardato con maggior frequenza le famiglie dove negli ultimi 12 mesi uno o più componenti ha perso il lavoro o è stato messo in cassa integrazione. Stando a questi risultati si evince che i programmi dedicati alla cucina hanno avuto l’effetto di aiutare le famiglie italiane a risparmiare negli acquisti alimentari, magari sostituendo il consumo di piatti pronti con le preparazioni da realizzare direttamente in casa.
149478633Dalla ricerca emerge inoltre che le persone che seguono costantemente i programmi televisivi sono più attenti alla qualità dei prodotti che acquistano e alla loro origine (in particolare aumenta la propensione all’acquisto di prodotti Dop e Igp), risultano più interessati al turismo enogastronomico e passano più tempo in cucina (81% degli “appassionati”), magari a scapito di un’uscita al ristorante. Il che può sembrare paradossale se si pensa che questo comportamento è spesso indotto dalle “prescrizioni” di uno chef.
In buona sostanza quindi questa “passione” per la cucina sembra tradursi in una riformulazione del paniere della spesa e degli stili di vita: gli italiani non rinunciano alla qualità di quello che mangiano cercando di risparmiare allo stesso tempo.

Vino sempre più sostenibile

vino nobileEssere amico dell’ambiente per il vino italiano è sempre più un must. Il nobile di Montepulciano  risponde a questa esigenza con una certificazione su ogni bottiglia per dimostrare l’impatto zero della produzione sul territorio d’origine. E’ il risultato che si raggiungerà alla fine del percorso che ha preso il via con il progetto  che ha come presupposto la riduzione delle emissioni dei gas-serra e la promozione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica e si pone come obiettivo la riduzione o la compensazione delle emissioni di CO2 derivanti dalle tre fasi su cui si articola la produzione della DOCG Vino Nobile (agricola, aziendale e di trasporto).

Al termine dell’iter Montepulciano, con la DOCG Vino Nobile, sarà il primo distretto vitivinicolo in Italia a poter certificare l’impatto zero sull’atmosfera della propria produzione vinicola. Il fine è giungere entro il 2020 (scadenza indicata anche dal Patto europeo dei Sindaci, a cui Montepulciano aderisce) alla neutralità delle emissioni di gas clima – alteranti grazie all’utilizzo da parte degli Enti pubblici o di privati di buone pratiche quali rimboschimenti, impiego di pannelli fotovoltaici, produzione di energia da centrali alimentate a biomasse etc.

montepulciano e bottiIn questi giorni la bella città toscana è animata dall’Anteprima delle ultime annate di Vino Nobile (la 2011 e la Riserva 2010), degustate dai circa 200 giornalisti provenienti da tutta Italia e tutto il mondo. Assegnate come da tradizione anche le stelle all’ultima vendemmia, la 2013, che secondo Fabio Marchi, enologo che ha presieduto  la commissione di assaggio, composta da tecnici del settore, ha raggiunto il punteggio di quattro su cinque che in una annata climaticamente complessa, come appunto quella che ha riguardato l’ultima vendemmia, rappresenta un grande risultato ottenuto dal lavoro dei produttori.

L’Anteprima del Vino Nobile si chiude con circa 3 mila presenze in tre giorni di attività e fa ben sperare per la crescita del mercato dei vini di Montepulciano che già nel 2013 hanno fatto segnare dei record di vendite con l’export che si è chiuso con un +8% rispetto al 2012 toccando quota 76 per cento di prodotto mentre il restante 24% viene commercializzato in Italia. Per quanto riguarda il mercato nazionale le destinazioni di Vino Nobile sono dirette al Nord (40 per cento), in Toscana si attestano al 19 per cento mentre resta invariata rispetto allo scorso anno la percentuale della vendita diretta in azienda, pari al 19%. Per quanto riguarda l’estero la Germania è passata ad assorbire il 48 per cento della quota esportazioni, crescendo del 4 per cento rispetto al 2012 e tornando ad essere il mercato di riferimento per il Nobile. Gli Usa confermano l’ottimo andamento segnando nel 2013 con il 17,5% (+1,5% rispetto al 2012), così come i mercati asiatici che nel 2013 hanno fatto segnare un vero e proprio exploit di vendite passando dall’8,1 al 12 per cento.

Cinquecento milioni di euro. A tanto ammonta il “valore” del Vino Nobile di Montepulciano tra patrimonio, fatturato e produzione.

montepulciano44 Secondo i dati elaborati dal Consorzio che riunisce i produttori del territorio, nello specifico in oltre 200 milioni di euro è stimato il valore patrimoniale delle aziende agricole che producono Vino Nobile, a circa 150 milioni ammonta invece il valore patrimoniale dei vigneti (in media un ettaro vitato costa sui 150 mila euro) e di 65 milioni di euro è il valore medio annuo della produzione vitivinicola. Una cifra importante per un territorio nel quale su 16.500 ettari di superficie comunale, 2.200 ettari sono vitati, il che vuol dire che circa il 16% del paesaggio comunale è caratterizzato dalla vite.

A coltivare questi vigneti oltre 250 viticoltori (sono circa 90, in totale, gli imbottigliatori dei quali 78 associati al Consorzio dei produttori) che nel 2013 hanno prodotto 56 mila ettolitri di Vino Nobile e circa 17 mila destinati a divenire Rosso di Montepulciano. Oltre mille i dipendenti fissi impiegati dal settore vino a Montepulciano, ai quali se ne aggiungono altrettanti stagionali. Nel 2013 sono state immesse nel mercato circa 7,4 milioni di bottiglie di Vino Nobile e circa 2,5 milioni di Rosso di Montepulciano Doc, numeri in linea con l’anno precedente.

montepulciano 22L’export segna nel 2013 un +8% rispetto all’anno precedente toccando quota 76% del prodotto mentre il restante 24% viene commercializzato in Italia. Per quanto riguarda il mercato nazionale le destinazioni di Vino Nobile sono dirette al Nord (40 per cento), in Toscana si attestano al 19 per cento mentre resta invariata rispetto allo scorso anno la percentuale della vendita diretta in azienda, pari al 19%. Per quanto riguarda l’estero la Germania è passata ad assorbire il 48 per cento della quota esportazioni, crescendo del 4 per cento rispetto al 2012 e tornando ad essere il mercato di riferimento per il Nobile. Gli Usa confermano l’ottimo andamento segnando nel 2013 il 17,5% (+1,5% rispetto al 2012), così come i mercati asiatici che nel 2013 hanno fatto registrare un vero e proprio exploit di vendite passando dall’8,1 al 12 per cento. Insomma splende il sole su questa importante denominazione toscana che raccoglie i frutti di un ottimo lavoro fatto negli ultimi decenni.

Se il Ministero dell’agricoltura vi sembra di troppo

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Grande l’attesa per conoscere il nome del nuovo ministro dell’agricoltura. Per la prima volta da molto tempo il settore primario potrebbe avere un peso inedito  nel programma di governo del presidente del consiglio in pectore. Dopo le dimissioni del ministro del  ministro De Girolamo si e’ aperta una fase di grande incertezza.

L’agricoltura ha bisogno di rinnovamento: tra il 2011 e il 2014 si sono avvicendati 6 ministri al Mipaaf. Difficilissimo in queste condizioni elaborare una strategia agricola da portare in Europa. E c’e’ chi ha ventilato l’ipotesi di una soppressione del Ministero in tempo di spending review.

olio evo2

Le ripercussioni sulla vita delle imprese agricole sono pesanti, in un contesto sempre più indebolito dalla crisi. Difficile per loro trovare un interlocutore certo, affidabile e attento alle loro esigenze. Le organizzazioni delle imprese lanciano da tempo l’allarme: senza semplificazione. trasparenza, regole certe, e soprattutto con una burocrazia meno opprimente, il settore rischia seriamente di implodere. Negli ultimi 30 anni i costi di produzione sono costantemente aumentati fino  al punto di mettere in crisi i bilanci delle aziende.  

RENZIServe un cambio di marcia nella politica agroalimentare per contribuire alla ripresa del Paese e valorizzare la qualità del “made in Italy”. E per farlo non si può prescindere da un ministero forte ed efficiente. La pensa così  anche Agrinsieme, il coordinamento che rappresenta le aziende e le cooperative di Cia, Confagricoltura e Alleanza delle cooperative italiane agroalimentari, che chiede di allargare le competenze del ministero delle Politiche agricole, dando vita ad un dicastero per lo Sviluppo dell’Agricoltura e dell’Agroalimentare, in modo da favorire la crescita e la competitività delle imprese con strategie agroindustriali, sanitarie e con una visione anche internazionale del comparto. In una lettera al presidente incaricato Renzi  Agrinsieme  evidenzia la necessità di una strategia in campo agricolo e agroalimentare realmente orientata alle imprese, nelle loro diverse articolazioni, aggregazioni e rapporti con il mercato. Una rinnovata politica che consenta di aprire nuove prospettive alle aziende che attualmente vivono una fase di grande difficoltà, con costi in continua crescita e con una forte perdita di competitività e di redditi.

salumi e paesaggio2Occorrono, secondo Agrinsieme, interventi per migliorare l’aggregazione e favorire la costituzione di reti di imprese, incentivare il credito, favorire la ricerca e l’innovazione e la presenza sui mercati esteri dei nostri operatori.

 

Il documento sottolinea che l’agricoltura è in grado di creare centomila nuovi posti di lavoro, ma occorrono politiche innovative, propulsive e mirate. Allo stesso modo sono indispensabili misure che permettano una reale semplificazione burocratica, mentre si rileva l’importanza di favorire il ricambio generazionale attraverso la mobilità fondiaria e l’accesso al fattore terra e di garantire un carico fiscale proporzionato che non comprometta le capacità competitive delle imprese, anzi le rilanci puntando sull’innovazione e favorendo le aggregazioni. Bisogna insomma ridare al settore primario l’attenzione e il ruolo che gli spettano, consapevoli che la ripresa economica passerà sicuramente da lì.

Chianti in vendita

Gruppi di investitori . Russi ,argentini,cinesi , sudafricani,brasiliani . Girano per mesi tra le numerose aziende in vendita, e poi comprano a suon di decine di milioni di euro. Il Chianti classico è stato fin dagli anni ’70 al centro dell’interesse soprattutto di investitori inglesi e resta ancora oggi la zona enologica che attira l’interesse del mondo. Passano di mano aziende storiche, dimore, castelli, vigneti, oliveti.  Il fenomeno e’ meno vistoso negli altri territori ad alta vocazione vitivinicola di fama mondiale come Montalcino e Montepulciano. I nuovi proprietari spesso restano dietro le quinte e affidano il loro investimenti nelle mani dello staff esistente, a cui affiancano persone di fiducia. Nel solo Chianti classico il valore delle transazioni sfiora i 200 milioni di euro. Un caso che ha fatto scalpore a Montalcino e’ stato la vendita della storica cantina di Argiano , a Sant’Angelo in colle. Divenuta di proprietà di un ricco banchiere brasiliano. Apparteneva a Noemi Marone Cinzano , che la aveva rilevata dal marito Gelasio Gaetani Lovatelli D’Aragona. Il vino ha bisogno di investimenti e il suo mercato è il mondo. Ma il moltiplicarsi delle vendite negli ultimi due anni mette in luce drammaticamente la profonda crisi economica che sta colpendo anche il settore vitivinicolo, nonostante l’export in crescita e il prestigio  delle nostre etichette. I consorzi di tutela , molto attivi e attenti, sono comunque in allerta e temono il pericolo speculazione . Se si può chiudere una fabbrica e spostare una produzione all’estero, questo non può avvenire per il vino, prodotto di territori unici e inimitabili . Ma non va abbassata la guardia e bisogna verificare sempre che ci sia rispetto del territorio e dei disciplinari di produzione. Altro rischio potrebbe essere una sorta di snaturamento della tipicità  dei vini e uno slittamento verso prodotti dal gusto più omologato . La severità delle leggi, l’esemplare cura e il mantenimento del territorio che hanno fatto la ricchezza di questi prestigiosi distretti vitivinicoli, lasciano però poco spazio all’inquietudine. A patto che continui sempre ad esserci amore e rispetto .

Venduta la casa della Gioconda

Dopo mesi di trattative stamattina è stata venduta la villa di Vignamaggio, nel Chianti . A comprarla è stato un architetto francese Patrice Taravella . È solo l’ultima di una serie di vendite che hanno interessato decine di aziende. La villa ha un enorme valore storico e monumentale e si trova tra Greve e Lamole. Cosa pensate di queste transazioni sempre più frequenti?