VINO ITALIANO SEMPRE PIU’ SOSTENIBILE

IL VINO E’ SEMPRE PIU’ VERDE. IL CAMBIAMENTO CLIMATICO, LA NECESSITA’ DI PRESERVARE RISORSE ENERGETICHE E AMBIENTALI, PESANO SEMPRE DI PIU’ ANCHE SULLA PRODUZIONE VINICOLA. UN PERCORSO E’ INIZIATO. MOLTE IMPRESE ORIENTANO IL PROPRIO MODELLO DI SVILUPPO SUL MIGLIORAMENTO DEL TERRITORIO E DELLE PRESTAZIONI SOCIALI.

SI FA STRADA IL CONCETTO DI SOSTENIBILITA’, SEMPRE PIU’ PERCEPITA COME VALORE PER IL MERCATO DEL VINO. SONO OLTRE 500 LE AZIENDE COINVOLTE, – CHE RAPPRESENTANO UN TERZO DEL PIL DEL VINO – PER UN VALORE STIMATO IN OLTRE 3 MILIARDI DI FATTURATO – INSIEME A 31 TRA UNIVERSITA’ E CENTRI DI RICERCA E 10 TRA ASSOCIAZIONI ED ISTITUZIONI GOVERNATIVE. UNA TENDENZA CHE SI E’ BEN AVVERTITA DURANTE L’ULTIMO VINITALY.

SONO BEN 15 I PROGRAMMI NAZIONALI NATI NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI INTORNO A QUESTO TEMA, A CUI SI AGGIUNGONO NUMEROSI ALTRI PROGETTI PROMOSSI DA CONSORZI, ASSOCIAZIONI O REGIONI, TUTTI ARTICOLATI INTORNO A TRE MACROINDICATORI AMBIENTALI:O LE EMISSIONI GAS A EFFETTO SERRA, IL CONSUMO DI ACQUA, IL MANTENIMENTO E LA TUTELA DELLA BIODIVERSITA’.

UNA IMPORTANTE AZIENDA DELLA FRANCIACORTA E’ STATA L’ULTIMA AD ADERIRE A VIVA, IL PROTOCOLLO DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE.

PAESI COME STATI UNITI, SUD AFRICA, CILE E AUSTRALIA HANNO AVVIATO PROGRAMMI FIN DAGLI ANNI ’90. ANCHE IN QUESTO CAMPO LA FRANCIA FA SCUOLA. LO CHAMPAGNE HA ALLEGGERITO LE SUE BOTTIGLIE, I VINI DELLA LANGUEDOC SONO SPEDITI A VELA, COME NELL’800, MENTRE IL PRIMO VIGNETO A ZERO EMISSIONI DI CO2 E’ A BORDEAUX. MA IL LEADER MONDIALE DELLA SOSTENIBILITA’ E’ LA NUOVA ZELANDA, LA CUI PRODUZIONE E’ CERTIFICATA SOSTENIBILE DALL’ANNATA 2012.

ANCHE SE IN RITARDO RISPETTO ALL’APPLICAZIONI DI MODELLI DI SVILUPPO SOSTENIBILE RISPETTO A QUESTI PAESI L’ITALIA SI STA SCOPRENDO IN PRIMA LINEA CON UN GRANDE VALORE DEI CONTENUTI TECNICO-SCIENTIFICI E PER IL NUMERO DI AZIENDE COINVOLTE.L’INSIEME DELLE INIZIATIVE COPRE TUTTI E TRE GLI AMBITI DELLA SOSTENIBILITA’, -SOCIALE, AMBIENTALE ED ECONOMICO – E SI ESTENDE LUNGO TUTTA LA FILIERA, DAL CAMPO ALLA TAVOLA. COINVOLTE LE AZIENDE, PRIVATE O COOPERATIVE – ORIENTATE A PRODUZIONI PREGIATE, DI QUALSIASI DIMENSIONE DALLE PICCOLISSIME ALLE GRANDI.

SECONDO MOLTI ESPERTI DI MERCATO I CONSUMATORI SONO SEMPRE PIU’ PORTATI A SCEGLIERE PRODOTTI DI AZIENDE SOSTENIBILI E BIOLOGICHE, CHE NON FANNO USO DI TRATTAMENTI CHIMICI IN VIGNA E IN CANTINA. SECONDO L’OSSERVATORIO WINE MONITOR DI NOMISMA, QUEST’ANNO I CONSUMATORI DI VINO BIO AUMENTERANNO DI OLTRE IL 5%.
IL SUCCESSO E L’INTERESSE NEI CONFRONTI DEL VINO BIO SONO LEGATI ALL’OTTIMO POSIZIONAMENTO IN TERMINI DI QUALITA’ PERCEPITA SUPERIORE RISPETTO AI VINI CONVENZIONALI DAL 49% DEI CONSUMATORI.

IN ITALIA SONO CIRCA 68 MILA GLI ETTARI COLTIVATI SECONDO IL METODO BIOLOGICO. IN EUROPA PRIMEGGIA LA SPAGNA CON CIRCA 84 MILA ETTARI. NELLA CLASSIFICA MONDIALE L’ITALIA E’ TERZA DIETRO MESSICO E AUSTRIA. LA REGIONE PIU’ BIOLOGICA IN ITALIA E’ LA SICILIA, SEGUITA DA PUGLIA E TOSCANA.

IL SUCCESSO E L’INTERESSE VERSO QUESTI VINI E’ LEGATO- SECONDO NOMISMA – ALL’OTTIMO POSIZIONAMENTO IN TERMINI DI QUALITA’ PERCEPITA SUPERIORE RISPETTO AI VINI CONVENZIONALI. IN PRIMA LINEA ANCHE LE MARCHE, L’ABRUZZO E L’UMBRIA

E C’E’ CHI VA OLTRE, VERSO IL BIODINAMICO E PERFINO IL VEGANO. SONO GIA’ 10 LE AZIENDE CERTIFICATE VEGANE, CHE CIOE’ NON FANNO USO IN CANTINA DI PRODOTTI DI ORIGINE ANIMALE. IL CHE SIGNIFICA NIENTE LETAME, PROPOLI, COLLA DI PESCE NEL CICLO PRODUTTIVO.

UNA NICCHIA ANCORA CERTO, MA CHE SUSCITA NOTEVOLE INTERESSE.

DALLA TERRA ALLA TAVOLA

IL premio “Italia a tavola”, che si e’ tenuto a Firenze , ha avuto il merito di mettere a fuoco tematiche cruciali per l’agroalimentare italiano.
L’obiettivo ambizioso era quello di spingere per un’alleanza fra produttori di materie prime e ristoratori, per irrobustire la filiera agroalimentare , facendo dei ristoranti di qualita’ i garanti e i promotori dei prodotti tipici e del territorio.
Un modo – si proponevano gli organizzatori – per dare piu’ forza al sistema alimentare facendo a tutti gli effetti una delle gambe forti dello stile italiano, insieme ad arte-cultura e moda –design.
Le basi sono state gettate e si spera che il dialogo tra i protagonisti della filiera, sotto l’occhio vigile delle istituzioni, continui.
L’incontro e’ stato anche l’occasione per fare il punto della situazione dal versante dei pubblici esercizi – ristoranti, bar pasticcerie, gelaterie – piu’ di 300 mila imprese in Italia.
La spesa delle famiglie in consumi alimentari – segnala la Federazione italiana pubblici esercizi – vale 73 miliardi di euro. La crisi ha colpito duramente, mandando in fumo quasi 8 miliardi di euro , 3 di tagli e 5 di mancata crescita. .
Nel 2014 il saldo tra aperture e chiusure e’ stato negativo per circa 10 mila imprese.
Ma rispetto agli altri paesi europei l’impatto della crisi sulla ristorazione e’ stato meno pesante. Grazie ai punti di forza del settore: il modello della piccola impresa, basato sulla convivialita’, sul territorio, sulla tipicita’ e sul rapporto con la filiera agroalimentare.
La ristorazione italiana non e’ quindi una commodity ma innanzitutto il luogo della convivialita’, dell’esperienza e degli stili alimentari che si rinnovano.
La ristorazione utilizza le produzioni agroalimentari per un valore di circa 20 miliardi di euro. Per 9 ristoranti su dieci la denominazione di origine per ortaggi, verdure e frutta e’ importante ed aumenta il ricorso alle produzioni biologiche.
Quel che e’ certo e’ che i piccoli produttori sono il riferimento principale della ristorazione di qualita’, anche se rispetto agli altri canali presentano criticita’ in termini di livello di servizio.
In vista di Expo il ruolo della ristorazione si puo’ misurare sotto il profilo economico – (il valore della spesa turistica e’ di 17 miliardi di euro) – promozionale, (con l’enogastronomia secondo punto di forza dell’offerta turistica italiana, il primo per i turisti abituali), e sociale –( cibo come elemento relazionale piu’ importante).
Per questo e’ fondamentale fare leva su tre punti di forza del modello di offerta italiano, accoglienza, tipicita’ e qualita’.
Non mancano pero’ alcune criticita’. Il crescere disordinato di una offerta di ristorazione qualche volta improvvisata, che fa crescere la confusione e la necessita’ di una nuova formazione degli operatori per valorizzare la filiera, con un sistema formativo che sia adeguato alle necessita’ delle imprese di qualita’ e uno scambio maggiore tra scuola e lavoro.

La Peste degli Ulivi

La peste degli ulivi sta deturpando il volto del Salento, in Puglia. Alberi potati drasticamente, rami secchi, desolazione. Gallipoli è la zona del primo focolaio di quello che viene indicato come responsabile del disastro: il batterio xylella fastidiosa.
Si tratta di un batterio, arrivato probabilmente con piante importate dal Sud America, che è veicolato da un insetto – chiamato sputacchina.
Pungendo le foglie diffonde il contagio, pianta dopo pianta. Gli agricoltori piu’ anziani sono sotto choc.

Una vicenda intricata, tra allarmi e smentite, studi contrapposti, azioni legali, inchieste della magistratura e timori per il crollo dell’economia del Salento, fondata proprio sull’olivo.
Il rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, presentato a gennaio da Eurispes e Coldiretti, dedica il capitolo iniziale a “lo strano caso della xylella fastidiosa” ed elenca una serie di stranezze che legittimano più di un dubbio.

Il progressivo ammalarsi delle piante viene attribuito alla sindrome del disseccamento rapido dell’ulivo, un complesso di cause, tra cui la xylella, che agiscono soprattutto a causa della debilitazione delle piante, per un eccessivo uso di pesticidi che ha alterato l’equilibrio e distrutto l’humus dei terreni. L’emergenza xylella servirebbe – si ipotizza – a giustificare eradicazioni di piante spesso secolari, e a permettere trattamenti massicci con agrofarmaci, fino a ipotizzare possibili speculazioni edilizie e manovre oscure delle multinazionali. Insomma un brutale attacco al territorio, alla sua economia, a cultura e tradizioni secolari. Ed è sull’eradicazione o sulla possibile cura delle piante che si combatte la battaglia più dura.

La vicenda si colora di giallo. Nel 2010 lo IAM di Bari, l’Istituto Agronomico Mediterraneo ospita un workshop proprio sulla xylella, un corso per ricercatori ben prima del manifestarsi del batterio, in cui però uno studioso californiano, Almeida, annuncia un imminente pericolo xylella per l’Europa. A fine 2013 questo ricercatore e l’assessorato all’agricoltura della Puglia in una conferenza stampa parlano di emergenza xylella. Ma è la commissione agricoltura a smentire assessorato e esperti – sostiene il rapporto sui crimini agroalimentari – contestando che ci si sia avvalsi di un solo esperto e che xylella e sindrome da disseccamento rapido non sono esattamente corrispondenti. Coinvolti il CNR e l’Università di Bari.

Cittadini e associazioni si sono rivolti alla magistratura, presentando esposti e denunce. Un agronomo, il professor altieri, sostiene che il disseccamento è la spia di uno squilibrio causato dall’uso di disseccanti chimici. La procura di Lecce ha aperto una inchiesta, ipotizzando il reato di diffusione colposa di malattia della pianta. In una intervista la PM Mignone ha detto che non si può affermare con certezza che la xylella c’entri qualcosa con quanto sta accadendo agli ulivi. Inoltre la sede dello IAM di Bari dove si svolse il workshop nel 2010 è luogo precluso alle indagini perchè gode per legge di una status di immunità assoluta.

Un commissario straordinario, Giuseppe Silletti, ha varato un piano per contenere l’emergenza, che prevede abbattimenti, arature e uso mirato di pesticidi contro l’insetto vettore. Viene individuata, su sollecitazione dell’Unione Europea, una fascia di eradicazione di 15 chilometri, dallo Jonio all’Adriatico. Ma partono subito ricorsi al TAR, anche da parte di aziende biologiche. Il primo da un avvocato di Oria, in provincia di Brindisi, la zona interessata più a nord.

Il piano Silletti è avversato anche dall’associazione italiana per l’agricoltura biologica : rischia – dice l’Aiab – di non essere efficace, oltre che potenzialmente dannoso. Mentre l’irrorazione per via aerea di pesticidi e fungicidi per contrastare la diffusione del batterio è nociva per l’agricoltura, l’estirpazione degli olivi infetti sarebbe inutile qualora l’essicamento fosse stato prodotto anche da altre cause, come l’uso di diserbanti chimici che la indeboliscono, esponendola a maggiori rischi. Forse la soluzione – dice l’Aiab – e da cercare in pratiche agronomiche più attente, intervenendo sul campo.

Nelle strade non si parla d’altro che della strage di ulivi. Gli olivicoltori sono stanchi e sfiduciati, soprattutto i giovani imprenditori che avevano puntato tutto sulla produzione di olio.

Il governo sta lavorando ad una norma per lo stato di calamità che porti aiuti economici agli agricoltori, ma chiede di procedere con il piano Silletti: al massimo 35 mila gli ulivi malati che potrebbero essere abbattuti, ma la stima è di 15 mila.

Intanto è la Francia per prima a chiudere le porte. Ulivo, vite, ma anche fico, albicocco, mandorlo: 102 le specie vegetali che non potranno essere esportate dalla Puglia. E potrebbe essere solo l’inizio.