Home restaurant: finalmente chiarezza

La risoluzione del Ministero dello sviluppo economico  recente fa giustizia  del far west che si era creato negli ultimi anni.

Avere una attivita’ di ristorazione nella propria abitazione privata – dice il Mise – e’ una attivita’ economica a tutti gli effetti. E come tale deve essere sottoposta ai requisiti professionali, igienico sanitari e a tutte le norme in materia di sicurezza, urbanistica ed edilizia, a iniziare dalla Scia, la segnalazione certificata di inizio attivita’, da presentare al comune di residenza.

I ristoratori guardavano da tempo con preoccupazione al fenomeno crescente degli home restaurant e hanno piu’ volte protestato contro la concorrenza sleale che subivano da questo tipo di attivita’.

Una concorrenza non tanto sul piano della qualita’ del servizio, ma su due questioni cruciali: etica del lavoro e sicurezza.

Un conto e’ cucinare per la famiglia, ben altra cosa farlo in modo professionale. Tracciabilita’ dei prodotti, sicurezza riguardo alle temperature nella cottura dei cibi, corretta sanificazione della zona lavoro, indumenti lavorativi appropriati, controllo delle temperature dei frigoriferi.

Professionalita’ significa conoscenza delle rigide procedure di sicurezza. Cucinare secondo le norme di legge, insomma.

Con gli strumenti adeguati, abbattitori di temperatura, macchine per il sottovuoto, ad esempio. Quanti possono dire di averli in casa?

Il fenomeno degli home restaurant ha preso piede nel nostro paese soprattutto grazie al tam tam su internet, arrivando a contare migliaia di persone coinvolte, con una media di 200-300 in grandi citta’ come Milano, Torino, Venezia, Roma.

L’attivita’ di home restaurant, dice il ministero dello sviluppo economico,“non può che essere classificata come un’attività di somministrazione di alimenti e bevande, in quanto anche se i prodotti vengono preparati e serviti in locali privati coincidenti con il domicilio del cuoco, essi rappresentano comunque locali attrezzati aperti alla clientela”,

Ben venga l’innovazione che rispetta le regole!”, ha commentato Enrico Stoppani, presidente di Fipe e vicepresidente di Confcommercio. Ripristinate – ha detto – senza spazio per dubbi e interpretazioni, le regole per una competizione leale e corretta: a parità di attività ci vuole parità di regole, di tributi e di obblighi.

Non è, infatti, ammissibile – prima di tutto per garanzia e sicurezza dei cittadini – che ci possano essere modalità diverse di fare ristorazione: da un lato quelle soggette a norme e prescrizioni rigorose a tutela della qualità e della salute; dall’altro quelle senza vincoli, senza controlli, senza tasse, senza sicurezze igieniche.

Il settore della ristorazione è sempre più attento e aperto all’innovazione e alla sperimentazione di nuove formule, come dimostrano le migliaia di imprese che nel nostro Paese si sono conquistate la fiducia e l’apprezzamento dei clienti, ha detto Stoppani . Ben vengano quindi nuove idee e nuovi approcci, purché siano sostenute da un corretto spirito imprenditoriale, da trasparenza e da lealtà verso i consumatori e verso lo Stato».

Creativita’ si’, ma nel rispetto delle regole, che devono valere per tutti.

 

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