Diciamo “cheese”

FORM 4C’e ancora il profumo nell’aria. Si è conclusa da poco una scintillante e partecipata edizione, la decima, di cheese a bra. Le strade, le piazze e i cortili della bella cittadina piemontese,quartiere generale di slow food, si sono riempite all’inverosimile. Oltre 270 mila i visitatori che hanno assaggiato e comprato i migliori prodotti caseari italiani e stranieri, e imparato a conoscerli di più parlando direttamente con i produttori.

Oltre 300 gli espositori da 23 paesi che hanno portato il meglio che sia possibile trovare, per la gioia del palato e il piacere della conoscenza.
Come ad ogni edizione, cheese è stata l’occasione di incontro e confronto tra esperti, casari, affinatori sulle tematiche più calde del settore lattiero-caseario.

Tra quelli più dibattuti la fertilità dei suoli, la difesa dei pascoli di montagna, l’allarme per il diffondersi degli allevamenti intensivi che non considerano il benessere animale in nome del solo profitto.
Ed anche le quote latte, che, sostiene slow food, pensate inizialmente per tutelare i piccoli produttori, disincentivando la produzione oltre un limite fissato per legge, si sono rivelate poi uno strumento distorsivo del mercato, la cui abolizione ora rischia di mettere in ginocchio i produttori di piccola scala.

Una nota di speranza è stato l’interesse dei giovani per un settore che richiede tanti sacrifici ma che dà anche grandi soddisfazioni se si lavora bene. In particolare nella piccola dimensione artigianale che punta sulla qualità. Anche perché la consapevolezza dei consumatori è molto cresciuta negli ultimi anni e orienta il mercato e le scelte di chi produce.

Sempre forte l’impegno di slow food in difesa della biodiversità: accanto ai 57 presidi italiani e stranieri si sono aggiunti altri formaggi che i casari hanno consegnato alle cure della fondazione slow food, candidati a salire sull’arca del gusto come prodotti meritevoli di essere salvati.

Molto chiaro il no del settore lattiero caseario di qualità al latte in polvere per produrre formaggi. Slow food ha lanciato una petizione on line a sostegno della legge italiana del 1974 che l’unione europea chiede di abrogare entro il 29 settembre, che ha raccolto l’adesione di 150 mila persone.

Intanto proprio oggi è arrivato il disco verde della commissione europea al riconoscimento di una nuova specialità del made in italy alimentare, che rafforza la leadership italiano già molto solida.
Bruxelles ha dato il via libera all’iscrizione nel registro europeo delle eccellenze del ‘silter’, un formaggio a pasta dura e dalla crosta liscia, come nuova denominazione d’origine protetta contro imitazioni e falsi. La sua produzione interessa 47 comuni della val camonica e in parte anche del sebino bresciano, in provincia di brescia.

Il formaggio silter viene prodotto durante tutto l’anno ed esclusivamente con latte crudo parzialmente scremato solo per affioramento della panna. Le vacche in lattazione, nelle singole aziende, devono appartenere alle razze tipiche di montagna (bruna, grigio alpina e pezzata rossa) almeno per l’80%. Le vacche di razza bruna in particolare devono essere almeno il 60% di tutte le vacche in lattazione nelle singole aziende, alimentate con erba e/o fieno. Sono oltre 1.290 le denominazione di origine protette (dop, igp e stg) a livello UE, con l’Italia al top. Insomma battiamo di gran lunga i cugini d’oltralpe, che in fatto di formaggi la sanno assai lunga.

La qualità del formaggio – insiste l’Anfosc, Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo, dipende soprattutto dall’alimentazione animale , che contribuisce per il 70%, poi dalla tecnica di produzione, per il 20-30 per cento e infine dalla stagionatura, che non supera il 10%.

Un interessante progetto dell’Anfosc è il latte nobile, non un marchio commerciale ma una modello di sviluppo del settore lattiero caseario.
L’Anfosc difende i formaggi prodotti esclusivamente con il latte di animali allevati al pascolo.

Ed è di poco fa la notizia che il governo italiano conferma il no alla produzione di formaggi senza latte fresco. L’italia ha risposto alla commissione europea confermando la volontà di mantenere l’attuale normativa nazionale, che vieta l’utilizzo di latte in polvere negli stabilimenti di produzione lattiero casearia.

Vendemmia 2015 tra caldo e acquazzoni

Che vendemmia sarà quella di quest’anno? Mentre le prime uve precoci sono già nelle cantine italiane , già ci si interroga sull’annata e si incrociano le dita sperando che le prossime settimane, quelle cruciali, siano con temperature e fenomeni atmosferici nella norma.
Finora l’effetto del caldo africano che ha avvolto senza tregua il nostro paese dai primi di luglio e’ stato quello di anticipare la data di inizio della vendemmia, la seconda più precoce dal dopoguerra, dopo quella del 2003.
C’è già chi si sbilancia in previsioni. La quantità di uva raccolta dovrebbe essere del 5-6% in più rispetto allo scorso anno e la qualità non dovrebbe riservare brutte sorprese.
44 i milioni di ettolitri previsti.
Tra le prime regioni a tagliare i grappoli, come sempre, lombardia con il franciacorta, la Sicilia e la Puglia.
Pinot e Chardonnay le prime varietà raccolte. Si continuerà ad ottobre con le uve rosse – Sangiovese, Montepulciano, Nebbiolo, fino a spingersi a novembre con Aglianico, Nebbiolo e Nerello.
Con la vendemmia si attiva un settore economico molto importante per il nostro paese, che interesserà 650 mila ettari di vigneti e oltre 200 mila aziende agricole, per un fatturato di nove miliardi e mezzo di euro, con oltre un milione di persone impiegate.
Il mondo degli enoappassionati attende curioso di giudicare questa nuova annata produttiva, ma nel frattempo novità importanti arrivano dalla ricerca scientifica.
Si tratta di una conferma. Non è solo una questione di palato. Le differenze tra i vini italia e quelli americani ci sono eccome. Nelle uve coltivate in America ci sono meno tannini e meno composti aromatici.
La dimostrazione scientifica arriva da uno degli istituti più importanti al mondo nel campo della ricerca agraria ed enologica, la fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, vicino a Trento, in Trentino Alto Adige.
I ricercatori della fondazione, in uno studio appena pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, edito dall’American Chemical Society, spiegano il risultato della comparazione tra alcune specie di vite americana e quelle europee, attraverso l’analisi di un migliaio di composti.
Sono riusciti in questo modo a evidenziare le differenze tra vitigni, mettendo a disposizione informazioni preziose per ottenere incroci di successo. Grazie alle analisi effettuate sulla buccia, sui semi e sulla polpa delle bacche mature, gli studiosi sono riusciti a confrontare in profondità le caratteristiche compositive delle diverse specie.
I vitigni nativi del nord america, in particolare, sono risultati essere privi di terpeni, una importante classe di aromi.
E’ una conferma importante della ricchezza, varietà e qualità dei nostri vitigni, un patrimonio ancora in larga parte da scoprire e valorizzare.
Una sfida appassionante per gli enologi di oggi e di domani.

 

Formaggi in polvere

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Formaggi fatti con il latte in polvere, invece di utilizzare una materia prima di ottima qualità. Il via libera arriva per il nostro paese dall’Unione Europea. E la polemica divampa. Allevatori, casari, affinatori sono sul piede di guerra, gridano allo scandalo e scendono in piazza contro il tentativo – dicono – di ingannare i consumatori più distratti e mettere a rischio il secolare patrimonio gastronomico italiano, che ci vede primi in europa per diversità e numero di formaggi tradizionali di qualità.

Si temono anche effetti negativi sul piano ambientale, occupazionale ed economico.

Avanzano ancora una volta nell’Unione Europea – secondo l’opinione di molti – i livellatori verso il basso della qualità dei prodotti agroalimentari. Una legge, la n. 138 dell’11 aprile del 1974 dà all’Italia il primato nella produzione di formaggi di qualità, con il rigoroso divieto di utilizzare latte in polvere.

I profumi, i sapori del latte di animali allevati al pascolo si trasferiscono al formaggio e nessun latte in polvere può riprodurli.

Il pericolo omologazione, il rischio di frodi e la perdita di identità – e quindi di valore economico – sono dietro l’angolo.

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Perfino il Financial Times si occupa dell’argomento, raccontando l’irritazione degli italiani per una norma europea sentita come fortemente penalizzante.

Un diktat che non aiuta la trasparenza, e che renderebbe sempre più necessaria una migliore etichettatura a difesa della qualità dei formaggi italiani e per una maggiore chiarezza verso i consumatori. Entro la fine di luglio l’Italia dovrà dare una risposta all’Europa. Anche se la disposizione europea non riguarda i formaggi dop e le produzioni di qualitàcertificata, l’allarme resta alto. Paradossale che la decisione dell’UE arrivo proprio nel mezzo di Expo. Sul piede di guerra anche le associazioni dei consumatori.

Perché – chiedono – dovremmo uniformarci a regole che guardano solo al profitto e non alla salute e alla storicità dei prodotti?

Tutti d’accordo, quindi? Non proprio.

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Ecco l’opinione controcorrente di Roberto Rubino, presidente di ANFOSC, l’associazione formaggi sotto il cielo, uno dei maggiori esperti italiani.

La questione “latte in polvere“ si sta rivelando più positiva del previsto. Se il vocio che si sta sviluppando dovesse trasformarsi in rombo, i tuoni dovremmo incominciare a sentirli presto. Vuoi vedere che la polvere del latte potrebbe diventare per il settore caseario quello che il metanolo ha rappresentato a metà degli anni ottanta per il vino? La rinascita?

Gran parte degli addetti al settore sta inveendo contro l’UE, che vuole semplicemente che le regole, tutte, della comunità debbano essere adottate dai paesi membri. Se negli altri paesi l’uso del latte in polvere è consentito, l’Italia deve adeguare le sue leggi. Da sempre le leggi o si cambiamo o si applicano. Certo in Italia si dice che le leggi si applicano per i nemici e s’interpretano per gli amici, ma proviamo a vedere i punti salienti di questa mini-rivoluzione.

Ci voleva il latte in polvere, tanto bistrattato, per rimettere al centro della questione il latte, quella materia prima che beviamo direttamente o che viene trasformata in formaggi e che nell’intero settore non viene mai citata o considerata. Il latte alimentare viene reso diverso dall’industria, aggiungendo o sottraendo qualcosa (vitamine, grasso, calcio, omega-3). Il consumatore non ne sa riconoscere la diversità, i prezzi sono diversi e le etichette praticamente simili. Nel mondo caseario il latte non conta, è tutta tecnica, il formaggio semplicemente si fa, con fermenti anche nei formaggi a latte crudo, molto decantati come se fosse un valore aggiunto, la quasi totalità delle paste filate viene acidificata con acido citrico.

Molti disciplinari delle tanto decantate DOP trascurano completamente la tecnica di produzione del latte, limitandosi a parlare di tecnica di trasformazione. Nel mondo del vino nessuno si sognerebbe di negare che il vino si fa nella vigna; il formaggio invece si fa in caseificio.

Se a tutto questo aggiungiamo che in Italia e solo in Italia i produttori del modello il più intensivo si sono fatti approvare la legge sull’alta qualità del latte, quella legge che stabilisce che il latte più industriale, quello prodotto da vacche campionesse con oltre 40 kg di latte al giorno, stressate e mandate al macello dopo il secondo parto e alimentate tutta la vita (piuttosto corta) con una razione a base di una sola erba e una montagna di concentrati, ebbene quel latte diventa e si chiama per legge “alta qualità” perché rientra nei parametri igienici.

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Per completare l’opera, questo mondo impone il prezzo unico del latte al produttore, come se questo fosse tutto uguale. Certo, forse in pianura padana lo è, forse, ma l’Italia ha un territorio fortemente variegato, con colline e montagne dove la zootecnia è parte importante dell’economia e del paesaggio. Il latte non è tutto uguale, ma se pretendi di imporre un prezzo unico, è chiaro che verrà pagato e ricompensato molto chi fa il latte peggiore, e sarà destinato a chiudere chi fa le cose per bene. È quello che è successo negli ultimi venti anni, nel corso dei quali sono spariti oltre 300.000 allevatori. La montagna si è spopolata non per colpa del latte in polvere, che non c’era, ma per colpa di questi soggetti che ora blaterano contro il latte in polvere perché “il nemico è sempre alle porte” quando si vuole spostare l’attenzione dei sudditi.

Se questi signori vogliono tutelare e frenare la deriva della zootecnia devono chiedere a gran voce e subito non il divieto dell’uso del latte in polvere, ma l’abolizione tout court della legge sull’alta qualità e la fine del prezzo unico del latte. A ciascuno il suo, il prezzo dovrebbe essere il giusto per tutti e mai uguale. Solo così resisterà sul mercato chi è più bravo, più professionale, chi si confronta con il mercato e condivide con i consumatori un percorso di qualità.

Ma torniamo un attimo sul latte in polvere. Perché dovrebbe essere vietato? E’ di pessima qualità? Premesso che il latte non è mai uguale, c’è veramente qualcuno che pensa che il latte in polvere sia più scadente del latte di alta qualità? Il latte in polvere è prodotto per la stragrande maggioranza in nuova zelanda e argentina dove gli animali sono al pascolo tutto l’anno, senza concentrati, la produzione media non supera 6000 litri l’anno, i prati non vengono concimati, in luoghi dove quando passa una macchina è un avvenimento. (personalmente ho studiato e pubblicato i risultati di una ricerca sui contaminanti ritrovati nel latte di capra di un’azienda ubicata vicino all’autostrada. Il valore dei benzeni era di cinquanta volte superiore a quelli rilevati in capre che pascolavano nella montagna potentina). Certo, per trasformarlo in polvere quel latte subisce un trattamento molto stressante, ma la differenza di qualità fra i due latti è tale che quel trattamento riduce ma non annulla la forbice.

Senza dimenticare poi che i neonati di tutto il mondo consumano e crescono con il latte in polvere. Non mi vorranno mica dire che noi scientificamente ci siamo attrezzati per alimentare male intere generazioni di bambini?

Nel nostro piccolo qualcosa di concreto la stiamo facendo. Proprio perché il latte non è tutto uguale, abbiamo concepito il modello latte nobile (www.lattenobile.It), un sistema di allevamento che permette di offrire ai consumatori un latte di qualità superiore e ai produttori un prezzo adeguato e giusto.

Chi vuole usi pure il latte in polvere, anzi, tanto meglio, così la differenza di qualità sarà più evidente e le scelte dei consumatori più mirate. L’importante è che l’etichetta sia chiara e comprensibile.

VINO ITALIANO SEMPRE PIU’ SOSTENIBILE

IL VINO E’ SEMPRE PIU’ VERDE. IL CAMBIAMENTO CLIMATICO, LA NECESSITA’ DI PRESERVARE RISORSE ENERGETICHE E AMBIENTALI, PESANO SEMPRE DI PIU’ ANCHE SULLA PRODUZIONE VINICOLA. UN PERCORSO E’ INIZIATO. MOLTE IMPRESE ORIENTANO IL PROPRIO MODELLO DI SVILUPPO SUL MIGLIORAMENTO DEL TERRITORIO E DELLE PRESTAZIONI SOCIALI.

SI FA STRADA IL CONCETTO DI SOSTENIBILITA’, SEMPRE PIU’ PERCEPITA COME VALORE PER IL MERCATO DEL VINO. SONO OLTRE 500 LE AZIENDE COINVOLTE, – CHE RAPPRESENTANO UN TERZO DEL PIL DEL VINO – PER UN VALORE STIMATO IN OLTRE 3 MILIARDI DI FATTURATO – INSIEME A 31 TRA UNIVERSITA’ E CENTRI DI RICERCA E 10 TRA ASSOCIAZIONI ED ISTITUZIONI GOVERNATIVE. UNA TENDENZA CHE SI E’ BEN AVVERTITA DURANTE L’ULTIMO VINITALY.

SONO BEN 15 I PROGRAMMI NAZIONALI NATI NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI INTORNO A QUESTO TEMA, A CUI SI AGGIUNGONO NUMEROSI ALTRI PROGETTI PROMOSSI DA CONSORZI, ASSOCIAZIONI O REGIONI, TUTTI ARTICOLATI INTORNO A TRE MACROINDICATORI AMBIENTALI:O LE EMISSIONI GAS A EFFETTO SERRA, IL CONSUMO DI ACQUA, IL MANTENIMENTO E LA TUTELA DELLA BIODIVERSITA’.

UNA IMPORTANTE AZIENDA DELLA FRANCIACORTA E’ STATA L’ULTIMA AD ADERIRE A VIVA, IL PROTOCOLLO DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE.

PAESI COME STATI UNITI, SUD AFRICA, CILE E AUSTRALIA HANNO AVVIATO PROGRAMMI FIN DAGLI ANNI ’90. ANCHE IN QUESTO CAMPO LA FRANCIA FA SCUOLA. LO CHAMPAGNE HA ALLEGGERITO LE SUE BOTTIGLIE, I VINI DELLA LANGUEDOC SONO SPEDITI A VELA, COME NELL’800, MENTRE IL PRIMO VIGNETO A ZERO EMISSIONI DI CO2 E’ A BORDEAUX. MA IL LEADER MONDIALE DELLA SOSTENIBILITA’ E’ LA NUOVA ZELANDA, LA CUI PRODUZIONE E’ CERTIFICATA SOSTENIBILE DALL’ANNATA 2012.

ANCHE SE IN RITARDO RISPETTO ALL’APPLICAZIONI DI MODELLI DI SVILUPPO SOSTENIBILE RISPETTO A QUESTI PAESI L’ITALIA SI STA SCOPRENDO IN PRIMA LINEA CON UN GRANDE VALORE DEI CONTENUTI TECNICO-SCIENTIFICI E PER IL NUMERO DI AZIENDE COINVOLTE.L’INSIEME DELLE INIZIATIVE COPRE TUTTI E TRE GLI AMBITI DELLA SOSTENIBILITA’, -SOCIALE, AMBIENTALE ED ECONOMICO – E SI ESTENDE LUNGO TUTTA LA FILIERA, DAL CAMPO ALLA TAVOLA. COINVOLTE LE AZIENDE, PRIVATE O COOPERATIVE – ORIENTATE A PRODUZIONI PREGIATE, DI QUALSIASI DIMENSIONE DALLE PICCOLISSIME ALLE GRANDI.

SECONDO MOLTI ESPERTI DI MERCATO I CONSUMATORI SONO SEMPRE PIU’ PORTATI A SCEGLIERE PRODOTTI DI AZIENDE SOSTENIBILI E BIOLOGICHE, CHE NON FANNO USO DI TRATTAMENTI CHIMICI IN VIGNA E IN CANTINA. SECONDO L’OSSERVATORIO WINE MONITOR DI NOMISMA, QUEST’ANNO I CONSUMATORI DI VINO BIO AUMENTERANNO DI OLTRE IL 5%.
IL SUCCESSO E L’INTERESSE NEI CONFRONTI DEL VINO BIO SONO LEGATI ALL’OTTIMO POSIZIONAMENTO IN TERMINI DI QUALITA’ PERCEPITA SUPERIORE RISPETTO AI VINI CONVENZIONALI DAL 49% DEI CONSUMATORI.

IN ITALIA SONO CIRCA 68 MILA GLI ETTARI COLTIVATI SECONDO IL METODO BIOLOGICO. IN EUROPA PRIMEGGIA LA SPAGNA CON CIRCA 84 MILA ETTARI. NELLA CLASSIFICA MONDIALE L’ITALIA E’ TERZA DIETRO MESSICO E AUSTRIA. LA REGIONE PIU’ BIOLOGICA IN ITALIA E’ LA SICILIA, SEGUITA DA PUGLIA E TOSCANA.

IL SUCCESSO E L’INTERESSE VERSO QUESTI VINI E’ LEGATO- SECONDO NOMISMA – ALL’OTTIMO POSIZIONAMENTO IN TERMINI DI QUALITA’ PERCEPITA SUPERIORE RISPETTO AI VINI CONVENZIONALI. IN PRIMA LINEA ANCHE LE MARCHE, L’ABRUZZO E L’UMBRIA

E C’E’ CHI VA OLTRE, VERSO IL BIODINAMICO E PERFINO IL VEGANO. SONO GIA’ 10 LE AZIENDE CERTIFICATE VEGANE, CHE CIOE’ NON FANNO USO IN CANTINA DI PRODOTTI DI ORIGINE ANIMALE. IL CHE SIGNIFICA NIENTE LETAME, PROPOLI, COLLA DI PESCE NEL CICLO PRODUTTIVO.

UNA NICCHIA ANCORA CERTO, MA CHE SUSCITA NOTEVOLE INTERESSE.

Un piatto per expo

Oggi splende il sole su siena. La città toscana taglia per prima il traguardo e brilla per iniziativa e tempismo, in vista di expo.

E’ partita ieri una kermesse del gusto che si snoderà nel centro storico della città , tra piazza del campo, palazzo pubblico e piazza mercato.

Un ricco calendario di incontri, degustazioni, show cooking, eventi che si concluderanno domani. Il tutto all’insegna della toscana “terra del buon vivere”.

Protagonisti le stelle della ristorazione Marco Stabile, neopresidente dei Jeunes Restaurateurs, Gaetano Trovato, chef bistellato, il vulcanico Cristiano Tomei e il fuoriclasse Filippo Saporito, che ha appena aperto un ristorante a firenze, in uno dei luoghi più incantevoli della città.

A scorrere il programma si resta colpiti dal turbinio di eventi che in pochi giorni si concentreranno all’ombra della torre del mangia. Presenti i migliori produttori, macellai, norcini, panificatori, produttori di olio extra vergine di oliva, zafferano, legumi e dolci. Il meglio che questa regione ricchissima di prodotti di qualità può offrire a visitatori e turisti.

Ed e’ molto importante l’incontro tra ristoratori e artigiani del cibo, premessa a qualsiasi cucina di buon livello.
Molto coinvolti i giovani della locale scuola alberghiera. Il tema centrale oggi è la cucina con il vino toscano, ma si parlerà anche di quello che passa il convento, cioè le ricette dei monasteri toscani, in bilico tra tradizione e innovazione.

Un lungo fine settimana all’insegna dei sapori forti e genuini e della voglia di fare squadra con enti pubblici e istituzioni per lasciarsi alle spalle le brutte vicende che la città ha vissuto negli ultimi anni.

Ricominciando da quello che funziona e attira sempre di più: i vini e la cucina.

Riscoprendo e valorizzando lo stile italiano che il mondo ci invidia. E il ricchissimo patrimonio storico e culturale. Come resistere ad una visita al museo civico o alle numerose chiese e cattedrali della città?

Anche le case private sono coinvolte nella kermesse gastronomica, con cene a tema a cui partecipano ospiti, giornalisti, foodblogger, e cuochi, ma solo in veste di invitati. Il menù è composto da ricette tipiche toscane, come il peposo del brunelleschi, carne cotta a fuoco lento nel chianti, con tanto pepe.
Una dimensione intima e privata che è un vero privilegio per gli ospiti assaporare.

Dall’ingegno dei cuochi toscani è nato il piatto bandiera della toscana a expo: pappardelle all’uovo di pasta fresca con polvered i cavolo nero, purea di fagioli, riduzione di bistecca alla fiorentina, vino.

Il piatto bandiera della tosca a expo che sara’fatto gustare ai visitatori. Ieri e’ stato cucinato e servito dagli chef alla mensa universitaria a oltre un migliaio di studenti italiani e stranieri.

Una anteprima che è stata una grande kermesse. Il primo passo di una regione importante per l’enogastronima verso l’appuntamento con il mondo che sta per arrivare.

Opera wine: appuntamento con l’eccellenza

Ci siamo. Mancano poche ore ad uno degli appuntamenti più attesi con i grandi vini italiani.

Opera wine aprirà domani la quarantanovesima edizione di vinitaly a Verona, la città di Romeo e Giulietta.

E’ una delle maggiori rassegne enologiche internazionali, molto cresciuta nei numeri e nel prestigio negli ultimi anni.

Domani nel Palazzo della Gran Guardia a piazza Bra, a poche centinaia di metri dall’Arena, saranno fianco a fianco 103 produttori eccellenti di vino, selezionati da Wine Spectator, la “bibbia del vino” negli states.

E’ la quarta edizione che si celebra nella città scaligera, nel corso della quale saranno nominati da Vinitaly International Academy anche i nuovi esperti del vino italiano.

Produttori, autorità, enologi, sommelier, importatori, giornalisti da tutto il mondo saranno ad opera wine a degustare, confrontare, analizzare, discutere.

Un grand testing molto seguito in cui si farà il punto sulla qualità raggiunta, sulle sfide dei mercati in continuo mutamento, sulle attese dei consumatori.

Atmosfera internazionale, in cui gli operatori degusteranno i vini, raccontati e serviti dagli stessi produttori o direttori delle cantine
una straordinaria opportunità di visibilita’ per le cantine selezionate e una occasione di promozione per i territori.

Domenica mattina, poi , tutti pronti ai nastri di partenza per l’imperdibile, ed estenuante, rassegna veronese.

Temi in primo piano quest’anno l’internazionalizzazione e la formazione.

Vinitaly e’ la vetrina piu’ importante per il nostro vino che nel 2014 ha raggiunto il fatturato di 132 miliardi di euro ed un valore di export di 34,3 miliardi di euro, cresciuto del 70% negli ultimi 10 anni.

Impressionanti i numeri della rassegna: 4000 gli espositori, 150 mila i visitatori, di cui un terzo esteri provenienti da 120 paesi del mondo.

Sotto i riflettori quest’anno i vini biologici e biodinamici. Quest’anno ci sara’ una enoteca specializzata con tutti i vini biologici presenti e un fitto programma di incontri e seminari dedicato soprattutto a germania e belgio, mercati che apprezzano particolarmente questa tipologia di vini.

Ma quali sono i brand più noti del vino italiano? Ce lo rivela una ricerca del sito Winenews su dati della Camera di Commercio di Monza e Brianza. I brand più quotati sono Chianti, – 1,83 miliardi di euro – il Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene – 1,15 miliardi –e il Montepulciano d’Abruzzo – 1,1 miliardi.

Seguono il Soave, la Barbera, il Brunello di Montalcino, il Franciacorta.

Ma è soprattutto il brand vino italiano a tirare, come testimonia la continua crescita del fatturato – nonostante tutto – e l’export, che nel 2014 supera brillantemente i 5 miliardi di euro.

Un miglioramento che è destinato a durare ancora a lungo.

ITALIA.IT, VERYBELLO.IT: DOV’È L’ENOGASTRONOMIA?

VINO 2CI VUOLE LA LENTE DI INGRANDIMENTO PER TROVARE INFORMAZIONI SU CIBO E VINO ITALIANO SU ITALIA.IT , IL SITO ISTITUZIONALE DEL TURISMO, PATROCINATO DAL GOVERNO, CHE INFORMA SUI LUOGHI, ATTRATTIVE E SERVIZI CORRELATI, E SU VERYBELLO.IT, IL SITO DEL MINISTERO DELLA CULTURA, NATO PER PROMUOVERE GLI EBENTI CULTURALI ITALIANI NEL PERIODO DI EXPO. I DUE SITI CHE DOVREBBERO ESSERE LA PORTA INFORMATICA PRINCIPALE, LA VETRINA DEL NOSTRO PAESE.


VINO 3
BASTA FARE UNA RAPIDA RICERCA SU ENTRAMBI I SITI DIGITANDO , AD ESEMPIO, LA PAROLA “VINO” E SI RESTA SUBITO MOLTO STUPITI.
POCHE INFORMAZIONI, BEN NASCOSTE. BEN ALTRA VISIBILITA’ DOVREBBE AVERE IL NOSTRO IMMENSO PATRIMONIO VITIVINICOLO. IL VINO , LO RICORDO, E’ CULTURA. ANCORA UNA OCCASIONE SPRECATA, UNA OPPORTUNITA’ NON COLTA.


TURISMO 1
INSPIEGABILE SE SI PENSA CHE IL VINO E’ AL SECONDO POSTO – DOPO L’ARTE – COME CALAMITA TURISTICA E SE SI PENSA CHE SIAMO A POCHE SETTIMANE DALL’INIZIO DI EXPO. UN GRANDE PROBLEMA.
IL WEB E’ SEMPRE PIU’ CENTRALE E STRATEGICO IN QUALSIASI STRATEGIA DI INCOMING TURISTICO. ORMAI E’ UNA OVVIETA’.



VINO10
E LE CANTINE ITALIANE SONO SEMPRE PIU’ META DI TURISTI ED ENOAPPASSIONATI, COME TESTIMONIANO I NUMERI DEL MOVIMENTO TURISMO DEL VINO, UNA ASSOCIAZIONE NATA DA UNA IDEA DI DONATELLA CINELLI COLOMBINI, LA SIGNORA DEL BRUNELLO, UNA GRANDE IMPRENDITRICE TOSCANA.
DONATELLA HA, COME POCHI IN ITALIA, IL POLSO DEL SETTORE E PARLARE CON LEI, COME HO FATTO DI RECENTE, E’ SEMPRE MOLTO ISTRUTTIVO.


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DAL 1993 IL MOVIMENTO NE HA FATTA DI STRADA. ERA IL 9 MAGGIO E DONATELLA , CON L’AIUTO DI POCHE DECINE DI AZIENDE TOSCANE, ORGANIZZO’ LA PRIMA GIORNATA DI CANTINE APERTE, UN GIORNO DEDICATO A QUANTI VOLEVANO VENIRE A CONOSCERE DI PERSONE I LUOGHI DOVE NASCE IL VINO.
FU SUBITO UN SUCCESSO. OGGI QUELLE CANTINE SONO DIVENTATE 21.000. IL FATTURATO VELEGGIA VERSO I 5 MILIARDI DI EURO.


VINO11OGGI CHI PROGETTA UNA CANTINA PENSA ANCHE A COME ACCOGLIERE AL MEGLIO GLI ENOAPPASSIONATI. LA COMPETIZIONE INTERNAZIONALE – HA RACCONTATO DONATELLA CINELLI – E’ SEMPRE PIU’ AGGUERRITA. IL CANADA FA PASSI DA GIGANTE, MA ANCHE IL PORTOGALLO. MENTRE RESTA SEMPRE FORTISSIMA LA NAPA VALLEY, IN CALIFORNIA.



VINO9CON UN PATRIMONIO VITICOLO CHE FA SORRIDERE SE PARAGONATO A QUELLO ITALIANO, CON UNA GASTRONOMIA INVENTATA , MA CON UN MARKETING IN POOL, ORGANIZZATISSIMI, RESTANO I NUMERI UNO AL MONDO.
CHI VIENE A VISITARE I NOSTRI TERROIR AGRICOLI CERCA PAESAGGIO, VINO, GASTRONOMIA, AMBIENTI APPAGANTI, UNA RETE DI SERVIZI, UNA OFFERTA INTEGRATA.



paesaggio 14IL TURISTA DEL VINO NON VUOLE COSE LUSSUOSE MA VUOLE COSE VERE, CERCA L’AUTENTICITA’, LA CUCINA TRADIZIONALE DEL LUOGO COME ESPERIENZA CULTURALE, CHE RACCONTA IL TERRITORIO. CURIOSAMENTE LE CANTINE CHE ATTIRANO DI PIU’ NON SONO QUELLE MONUMENTALI, OPERA SPESSO DI GRANDI ARTISTI O ARCHITETTI, MA QUELLE DOVE E’ POSSIBILE INCONTRARE DI PERSONA IL PRODUTTORE, VISITARE I VIGNETI, DEGUSTARE I VINI CON CHI LI FA.


VINO8IL TURISMO – DICE DONATELLA – E’ UNO SPORT DI SQUADRA, BISOGNA CIOE’ ESSERE IN GRADO DI OFFRIRE ESPERIENZE DIVERSE, BEN INTEGRATE. L’11% DI TUTTA LA SPESA TURISTICA VA IN AGROALIMENTARE. LA TOSCANA E’ LA REGIONE LEADER PER IL TURISMO DEL VINO, SEGUITA DAL PIEMONTE , MA ANCHE DALLA SICILIA, IN PARTICOLARE DALLA ZONA DI MARSALA.



VINOLE DONNE – PRODUTTRICI, ENOLOGHE, SOMMELIER – STANNO DANDO UN CONTRIBUTO CRESCENTE AL SETTORE. L’ASSOCIAZIONE DONNE DEL VINO – 600 MEMBRI – GUIDATA DA ELENA MARTUSCIELLO, E’ MOLTO ATTIVA E RIESCE A DARE PIU’ VISIBILITA’ E PIU’ OPPORTUNITA’ DI LAVORO ALLE DONNE, CHE RAPPRESENTANO IL 30% DELL’INTERO MONDO DEL VINO, FINO A QUALCHE ANNO FA DOMINATO DAGLI UOMINI.


VINO4LE PARI OPPORTUNITA’ TRA LE BOTTI AVANZANO, MA C’E’ ANCORA TANTA STRADA DA FARE.
LE DONNE CE LA METTONO TUTTA, MA LE ISTITUZIONI DEVONO ESSERE VIGILI E SOPRATTUTTO DARE IL GIUSTO RILIEVO ALL’ENOGASTRONOMIA NEI SITI INTERNET- VETRINA DEL NOSTRO PAESE.
IL MOMENTO GIUSTO E’ ORA. DOMANI SAREBBE TROPPO TARDI.

L’eterna attesa della legge salva-suolo

Se ne parla da anni. Se ne discute appassionatamente. E poi non accade nulla. Passare dalle parole ai fatti quando si parla di consumo del suolo in Italia sembra una missione impossibile. Eppure questo governo ci sta provando. Il disegno di legge e’ stato esaminato dalle commissioni congiunte Ambiente e Agricoltura  della Camera dei deputati, ed al momento e’ all’esame dell’Aula.


Il tentativo e’ di arrivare ad approvare la legge  sul “ Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” entro l’anno. I suoi obiettivi sono arginare il consumo di terra , promuovere l’attivita’ agricola,perseguire gli obiettivi del prioritario riuso del suolo edificato e della rigenerazione urbana rispetto all’ulteriore consumo di suolo inedificato, sburocratizzare le procedure per accelerare gli interventi.


Esigenze sempre piu’ pressanti nel nostro paese, anche alla luce dei fenomeni di dissesto idrogeologico a cui assistiamo sempre piu’ spesso. Le cifre che ci ricorda la Confederazione italiana agricoltori sono da brivido. L’italia e’ sempre piu’ in debito di suolo. La cementificazione avanza e l’agricoltura perde terreno. In meno di 20 anni la superfice edificata ha mangiato oltre 2 milioni di ettari coltivati, cancellando il 16% delle campagne e lo scippo prosegue al ritmo di 11 ettari l’ora, 2000 a settimana, 8000 in un mese.


In un paese come l’Italia , attraversato in lungo e in largo da catene montuose, il suolo fertile andrebbe difeso con le unghie e con i denti. E non occupato, come talvolta accade, da pannelli fotovoltaici che ricoprono intere colline. E’ la terra la vera risorsa strategica da difendere e tutelare.  Non solo per motivi ambientali e paesaggistici, ma anche e soprattutto per ragioni economiche e alimentari. L’estensione della superfice agricola e’ legata alla sovranita’ alimentare, la capacita’ di un paese di essere autosufficiente, e anche alla sicurezza.


La sovranita’ e’ da sempre un miraggio. Oggi si arriva a coprire il fabbisogno di cibo di tre cittadini su quattro. Naturalmente si ricorre all’importazione. Se cresce la domanda di cibo e diminuisce la disponibilita’ di terre da coltivare  e’ evidente che si crea uno squilibrio pericoloso, che inevitabilmente aumentera’ la nostra dipendenza dall’estero. Un discorso che non vale solo per l’Italia: nel 2050 ci saranno 9 miliardi di abitanti sulla Terra. E i rischi diventeranno grandi.


Non a caso gia’ da anni la Cina sta acquistando terreni in Africa, il cosiddetto “land grabbing”. Impensabile  quindi mettere a rischio il nostro paesaggio rurale , che tar turismo e indotto legato all’enogastronomia vale piu’ di 10 miliardi di euro all’anno. Anche perche’ i nostri terroir sono la fonte della straordinaria biodiversita’ italiana, da cui nascono le migliaia di prodotti tradizionali che sono la forza e la ricchezza del made in Italy alimentare.


Gli agricoltori svolgono anche una preziosa funzione di manutenzione del territorio che previene il dissesto idrogeologico, causa di frane, inondazioni, smottamenti, soprattutto in collina e in montagna. I tempi sono maturi per un deciso cambio di passo e non bisogna perdere altro tempo. Basta prendere esempio dalle regioni virtuose, come la Toscana.





La sua vera forza e’ stata la capacita’ di preservare pressoche’ integro il suo paesaggio e rafforzare cosi’ le sue produzioni agroalimentari. Un modello vincente, che va replicato in tutto il paese, perche’ la bellezza non e’ data per sempre ma va protetta e tutelata per le generazioni future.

ITALIA CHE VA : EXPORT RECORD NEL 2014

Il dato  arriva oggi, inatteso e confortante.

Le esportazioni italiane di prodotti agroalimentari toccano il valore di 34,3 miliardi, con un aumento del 2,4% rispetto all’anno precedente. Lo certifica l’Istat.

Nell’anno orribile per l’economia del nostro paese, che ha visto il fallimento e la chiusura di migliaia di aziende, ossigeno puro per la nostra bilancia commerciale e’ arrivato proprio dall’export.

Un risultato inatteso se si considera quanto ha pesato l’embargo russo , che ha sancito da agosto il divieto all’ingresso di una lunga lista di prodotti alimentari , dalla frutta al pesce , passando per formaggi, carni e salumi.

A mettere il turbo ha contribuito in modo determinante la caduta del tasso di cambio  dell’euro nei confronti del dollaro. Ottime le performance soprattutto negli Stati Uniti e nei paesi asiatici, dove pero’ c’e’ ancora moltissimo da fare.

Come sempre il prodotto piu’ esportato e’ il vino, seguito da pasta, olio , ortofrutta.

Una speranza concreta di uscita dalla crisi economica per il nostro paese, ma non basta.

Bisogna riuscire in pochi anni a raddoppiare il pil agroalimentare, raddoppiare i volumi esportati e il loro valore. E’ un momento proprio magico, ed e’ il momento di osare.

Il mondo chiede sempre di piu’ i nostri prodotti e la nostra cucina: entrambi vanno difesi e valorizzati molto di piu’ di quanto sia stato fatto finora.

A partire dalle Istituzioni. Perche’ quello che  ha successo viene immediatamente copiato o imitato.

Urgente e necessario prende al balzo l’occasione di Expo. Dobbiamo presentarci al mondo nel modo giusto, facendo conoscere la nostra qualita’ e unicita’, i nostri sapori e tutto il savoir faire di generazioni e generazioni che c’e’ dietro.

Senza timidezze. La bellezza del nostro patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale fara’ il resto.

Non e’ utopia pensare di recuperare in fretta le posizioni perdute rispetto agli altri paesi europei , e addirittura a raddoppiare nel giro di cinque anni il numero di turisti che arrivano in Italia.

Ma l’agropirateria e’ ancora un grave problema.

60 miliardi di euro, tanto  valgono le imitazioni , a volte inquietanti, a volte anche di discreta qualita’, che si spacciano per italiane e vengono vendute sfruttando l’appeal dei prodotti autentici.

E’ stato calcolato che un visitatore di Expo passera’ tra i padiglioni circa sei  o sette ore. Poi stara’ un certo numero di giorni nel nostro paese.

Ebbene dovremo mettercela tutta per far toccare con mano la qualita’ dei nostri territori, la bellezza delle nostre citta’, la bonta’ dei nostri prodotti alimentari. Siamo un paese ricchissimo di questi beni preziosi, sta a noi renderli sempre meglio fruibili e sempre piu’ attraenti.

Perche’ il vero obiettivo e’ farli tornare ancora in Italia i 20 milioni di turisti che arriveranno per Expo e non salutarli per non rivederli piu’.

ONDA ROSA A IDENTITA’ GOLOSE

Sono appena tornata a Roma, dopo una full immersion di tre giorni a Identita’ golose, il congresso di cucina d’autore che si tiene ogni anno a Milano. Era l’undicesima edizione ed io c’ero fin dalla prima.

In un anno determinante come questo – con tutta la citta’ concentrata sulla preparazione di Expo – si e’ respirata una atmosfera se possibile ancora piu’  elettrizzante del solito.

Un tourbillon di chef, italiani e stranieri, impegnati in relazioni, confronti, show cooking . Con un interessante evoluzione del format, specchio delle moderne esigenze gastronomiche.

Dal tema della golosita’ a quello di una “sana intelligenza”. L’attenzione alla salute si e’ imposta e chi cucina se ne fa carico, oggi piu’ di ieri.

Tante le presenza prestigiose. Una su tutte quella dello chef Alain Ducasse, che ha parlato della sua svolta deciva verso quella che ha chiamato “la naturalite’”: niente piu’ carne, niente piu’ grassi e  zuccheri nel suo ristorante parigino ma tante verdure, legumi, cereali, pesce.

Non una moda ma una necessita’ sempre piu’ sentita per ragioni di tutela dell’ambiente e della salute. Siamo all’opposto della visione di Paul Bocuse, che sosteneva: “alla salute dei miei clienti ci pensano i medici”.

Oggi un buon piatto deve essere innanzitutto leggero, salutare, armonico, digeribile, sostenibile per l’ambiente, ma anche bello da vedere.

Un curioso esempio di cucina sostenibile e’ arrivato dallo chef Davide Scabin, che ha presentato una pasta col sugo all’amatriciana cotta direttamente in pomodoro  crudo e guanciale in pentola a pressione, in soli 11 minuti, con grande risparmio di tempo energia e acqua, senza aggiunta di altri grassi oltre a quello del guanciale.

Ma la bella novita’  di questa edizione e’ che con il tema della sana intelligenza si sono confrontate quest’anno tante giovani cuoche, grintose e  con le idee chiarissime, che hanno presentato i loro territori, la loro cucina , la loro identita’.

Senza timidezze ma forti di una grande consapevolezza e maturita’, alla pari con i colleghi uomini.

Capofila e’ stata Cristina Bowermann, di Glass Hostaria a Roma, ma c’erano anche Antonia Klugmann  dell’Argine a Venco’, in Friuli Venezia Giulia, Marianna Vitale  del ristorante Sud di Quarto, Napoli, Viviana Varese del ristorante Alice di Eataly Milano, Rosanna Marziale del ristorante Le Colonne di Caserta.

Un’onda rosa  che colora sempre di piu’ la cucina italiana, portando idee nuove, energia, e una consapevole esaltazione dei  prodotti migliori dei territori di provenienza. Anche i piu’ umili, a volte addirittura scartati, esaltati  e portati a nuova vita.

Le donne chef hanno dato il loro contributo su tematiche che hanno visto il ritorno – dopo tanta esposizione mediatica – ai fondamentali della professione. Fatta di fatica, studio, sacrificio. Cosa che spesso i giovani che ambiscono ad essere chef dimenticano.

Un cuoco artista, filosofo, il cui gesto e’ anzitutto cura e amore verso il prossimo. Una piu’ alta responsabilita’, un’etica piu’ rigorosa, che questo mondo e’  sempre di piu’ chiamato ad assumere.